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Cultura, la riforma si blocca

Doveva arrivare in Consiglio dei ministri mercoledì per essere approvato, ma il decreto Cultura è stato congelato, per il momento, dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Uno smacco per il ministro Dario Franceschini, che aveva anche promesso, giorni fa, come puntualmente riportato da Inside Art, un rapido iter di approvazione per il pacchetto normativo che introduce radicali innovazioni nel settore beni culturali.
Dall’Art bonus, il credito d’imposta per i privati che investono in cultura, al restyling del Mibac, il provvedimento prometteva di scardinare alcuni equilibri ritenuti da molti un tappo per lo sviluppo del settore artistico culturale: una burocrazia elefantìaca, l’assenza di una legislazione che incoraggiasse gli interventi dei privati, la latitanza di figure manageriali nella gestione dei musei, il poco coordinamento tra strutture diverse.
Ebbene, forse la riforma era arrivata troppo in profondità, al punto da irrigidire qualcuno o provocare qualcosa. Il risultato è che, ad oggi, il dl torna nel cassetto.

I NODI
Ma cosa ha spinto Matteo Renzi a contravvenireal suo tormentone del momento ”le riforme le faccio, che piaccia o no”? A leggere le cronache locali, in particolare quelle fiorentine, sembra che la risposta sia da ricercarsi in alcuni passaggi di testimone che all’ex sindaco di Firenze non risultavano opportuni. Uno dei punti previsti dalla riforma, infatti, è la sostituzione dei soprintendenti dei 20 musei più importanti, tra cui gli Uffizi e tutti quelli del Polo fiorentino (un hub culturale che vale circa 20 milioni di euro l’anno), con dei ”super manager”, selezionati in Italia e all’estero. Un meccanismo che avrebbe determinato la destituzione di Cristina Acidini, direttore del Polo fiorentino, nonché personalità di spicco molto vicina al presidente del Consiglio.
Più in generale, sembra che l’intervento sulle soprintendenze abbia irrigidito chi sperava di poterle continuare a utilizzare come appendice di un certo estabilishment politico. Quindi, tutto da rifare.

GLI UFFIZI
Poco fa è arrivata anche la replica di Antonio Natali, direttore degli Uffizi. Le sue esternazioni confermano quanto la matrice di questo stop alla riforma sia da ricercarsi nel capoluogo toscano. «Sono arrivato nell’amministrazione dei beni culturali nell’81 – spiega – e da allora ne ho viste succedere tante e tante altre ne ho viste tramontare. Ma questa riforma, credo che andrà avanti». Natali, che venerdì scorso ha avuto un colloquio agli Uffizi con Renzi insieme a Cristina Acidini (polo museale fiorentino) e Alessandra Marino (beni architettonici), spiega di «non aver discusso con il presidente in quell’occasione della riforma perché non era opportuno». Oggi, in merito al piano di affrancamento dalle soprintendenze di alcune grandi realtà museali, tra le quali gli Uffizi, contenuto nel nuovo testo, Natali ha spiegato di «non ritenere che si tratti di una manovra ”di cassetta” ma di un tentativo di discutere la possibilità di offrire ad alcuni musei la capacità di una gestione scientifica che garantisca la reale autonomia della direzione. Ma parlare di tutto questo è ancora prematuro, non ci sono abbastanza elementi per poterlo fare».

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