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Brandelli d’Italia

Brandelli d’Italia. È un gioco di parole fin troppo semplice quello che spunta dalla malaccorta performance nostrana ai mondiali delle favelas. Ad altri, più ferrati di noi, il compito di analizzare i perché e i percome della disfatta in Brasile che riporta le lancette del calcio italico mezzo secolo addietro nella sua storia. Qui preme sottolineare non tanto le responsabilità di tutti e di ciascuno: non certo addossabili al Moreno di turno, all’azzannatore Suarez o al povero Mario, e nemmeno a Prandelli. Un onest’uomo, in fondo, al punto da essersi dimesso per la malafigura assieme al vertice della Fgci, le cui responsabilità sono sotto gli occhi di tutti. Il fallimento non è nei nomi, e neppure soltanto nel modulo di gioco di una squadra di belle figurine da presepe che passecchiavano sul campo dove altri correvano e segnavano. Persino le due scamuffe compagini che ci hanno spinti fuori dal mondiale, con una popolazione che messa assieme non raggiunge quella della cintura urbana di Roma, e non parliamo d’ingaggi o bilanci, avevano più voglia di darsi da fare. Il problema è che questa nazionale claudicante e spenta è figlia e specchio di quest’Italia.

Un paese dove non è vero che non ci sono più soldi, bellezza, competitività, piacere e bel calcio, come scriveva stamane qualcuno su uno dei massimi giornali che dedicano – giustamente – dieci pagine ai nostri mancati eroi, mezza pagina alla riconquista jiadhista dell’Iraq e mezza colonna appena alla guerra civile in Ucraina. E pure questo è lo specchio dei luoghi e dei tempi. Tutto ciò c’è, eccome, ma sempre più a disposizione di pochi. Un paese, insomma, dove si tira a campare, non solo in attesa d’uno stiracchiato zero a zero, dove la voglia di cambiare è solo a parole. Un paese sprofondato nelle pozzanghere della sua incultura che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, si è fatta voragine. Da cui appare improbabile risalire in tempi brevi, utili a far sì che un paio di generazioni, non solo calcistiche, non siano bruciate in questa terra di nessuno dei poteri forti e delle menti deboli che urlano più forte.

L’Italia di Prandelli, insomma, siamo noi, e a poco vale che anziché incontrare il Brasile agli ottavi s’incontri la Spagna all’aeroporto. È un’Italia in crisi d’identità, cultura, soprattutto cultura, senza la quale non può darsi identità. E, va da sé, di tessuto produttivo, senza il quale non può darsi cultura vera, solo soporifere brutte copie. Come i nostri ex campioni. È una marcia nel deserto che ora s’impone, con armi spuntate e un bagaglio che a poco serve, per i tempi che corrono. Dove non basterà l’italica e atavica capacità d’arrangiarsi per approdare a un qualche altrove. Continuare a baloccarsi con papocchi elettorali e riforme che non riformano nulla, tantomeno toccano i fondamentali – se non nel senso veteroliberista della Trilaterale fatto proprio dai cervelli in pappa di casa nostra – non può che spingergi in fondo al baratro, ancora più giù. Poi, non si potrà che scavare. Al peggio non c’è mai fine, diceva qualcuno, ma per risalire dal punto zero c’è sempre meno tempo. Intanto, brandelli d’Italia, stringiamoci a coorte. Ché non è un luogo di villeggiatura. Come non lo è il nostro paese, neppure per il dio pallone.

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