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Ostia contemporanea

È successo tutto ieri notte. In poche ore, sotto l’occhio indiscreto della luna, il lungomare, alias lungomuro, di Ostia ha assunto un nuovo aspetto. All’altezza della struttura Vittorio Emanuele è stata installata una imponente scultura marmorea rivolta verso il mare. Una visione sorprendente per i romani che, dalla sera alla mattina, hanno trovato un nuovo autorevole concittadino ad arricchire l’eredità storica e artistica di Ostia, un quartiere capitolino corroso dal degrado e dall’abbandono, ancorché custode di una bellezza nascosta e di una antica tradizione. Un tempo era il porto di Roma, crocevia del Mediterraneo. Oggi è, invece, il simbolo della cementificazione selvaggia. L’opera è una scultura che ritrae una divinità classicheggiante, ma che ha impressi sulle vesti i colori accesi del contemporaneo. Sulla base si legge la scritta Aevo. L’autore, per ora, è ignoto.

Per leggere l’unico indizio lasciato dall’artista bisogna fermarsi a osservare e contemplare l’opera e il suo collocamento. La scultura sembra uscita dal mare con il sale che, secco, le brilla sul marmo. Uscita dall’infinito, l’infinito continua a guardare. È ferma, immobile sull’orlo della fine, sul bordo di un pontile in legno che non finisce: affonda nell’acqua. È pura, è bianca, cancella ogni cosa che la circonda, annulla quel paesaggio che eppure la esalta. Sembra la speranza, sembra il guardiano dell’orizzonte, sembra una vedetta che controlla il mare lasciare spazio al cielo. Potrebbe essere nata da quell’eternità trovata da Rimbaud dove il sole si fonde con l’acqua, Aevo, invece è la firma posta alla base della scultura, autografo che richiama a una paternità umana lontana da divinità ma forse da divinità ispirata.

Il mare è quello di Roma, che da secoli raccoglie e cancella antichi eroi e rifiuti. Il paesaggio è sempre lo stesso, lungomare di Ostia, che continua a fondere due estremi della cultura: la lontana antichità e il degrado contemporaneo che rendono la zona bella come una poesia surrealista, come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio, per dirla con Lautréamont. Cemento e zona archeologica sono le caratteristiche dell’area unica al mondo e invidiata dal mondo per la sua importanza storico artistica. Ostia, che deriva da ostium (porta), rende l’idea di quello che è stato questo mare: un crocevia di popoli, di lingue, che da quell’uscio fatto di sabbia uscivano come erano entrati.

È su questo scenario che è nata ieri notte la statua uscita dal mare: Aevoluzione che ricalca la doppia natura del luogo. Come un eco durato secoli e fattosi materia riprende le forme dell’antichità e da questa ne prende contemporaneamente le distanze grazie a macchie di colore acceso che completano la purezza delle forme. L’opera, così, diventa metafora del difficile rapporto che ha Roma con il mondo dell’arte, una città scissa: un passato enorme, insuperabile quasi, da un lato e dall’altro una vocazione al contemporaneo che spesso non riesce a trovare i giusti canali per esprimersi. Un solo lavoro che materializza migliaia di parole, lettere che prendono la forma di curve, di colori che diventano universali. Aevoluzione è un virus che si propaga come una malattia positiva che risveglia, che scuote le coscienze. E se passando di lì, sul pontile di legno, vedete solo una statua significa che non avete capito niente.

Foto Giulio Pietromarchi

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