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Michelangelo ai Capitolini

Il diciotto febbraio del 1564 Michelangelo Buonarroti spirava a Roma all’età di ottantanove anni assistito dal devoto amico e nobiluomo romano Tommaso de’ Cavalieri, nella modesta dimora di piazza Macel de’ Corvi in un angolo nascosto tra piazza Venezia e via dei Fori Imperiali, nei pressi del Foro di Traiano, in quel tempo una delle zone più popolari della città. La residenza è stata distrutta nel secolo scorso per far posto alla bianchezza tronfia del monumento a Vittorio Emanuele II e oggi una timida targa commemora il genio del Rinascimento: «Qui era la casa consacrata dalla dimora e dalla morte del divino Michelangelo. SPQR 1871». Quattrocentocinquanta anni dopo Roma celebra ai Musei Capitolini la morte dell’artista eccezionalmente e forse casualmente, giacché nell’esposizione non se ne fa menzione, nella medesima area dell’altura del Campidoglio dove egli aveva vissuto per quasi quarant’anni; quella piazza che pure deve all’ingegnoso architetto la sistemazione attuale come documentato anche da bei disegni in mostra.

Nove sezioni espositive, tra le quali Ritratto di un Genio, Antico e Moderno, Vita e Morte, Tradizione e licenza, La notte e il giorno e Amore celeste e Amore terreno, rivelano in una dialettica degli opposti e al pari in un ordito imbastito con un alternarsi di filamenti fitti o sottili, il percorso artistico e umano del maestro rinascimentale attraverso la scultura, la pittura, l’architettura e la letteratura tra rime, sonetti e missive, molte delle quali autografe. Ogni tema viene presentato e approfondito accostando dipinti e disegni, sculture e lettere, modelli di architetture e sonetti. Un excursus attraverso la sua esistenza e le opere in un continuo rivelarsi di affetti e di competizioni, di amicizie e rapporti epistolari, Vittoria Colonna, di simpatie più o meno ambigue, Tommaso de Cavalieri, e di rapporti con principi e governanti, con pontefici e cardinali. La sua longevità gli avrebbe consentito di assistere e di superare ben sei differenti pontificati (Giulio II, Leone X, Clemente VII, Paolo III, Giulio III, Paolo IV e Pio IV) e di essere legato a personaggi autorevoli come Lorenzo de’ Medici, Marsilio Ficino, il Poliziano, Pier Soderini e tanti altri. Il tutto condito da periodi di grande sconforto, da rapporti ardui con i committenti, pontefici, principi e nobili, da partenze precipitose e rientri calcolati ed, in particolare, domina su tutto l’ansia ossessiva della perfezione che, dal processo ideativo fino all’esecuzione finale, permea ogni suo lavoro.

Apre l’esposizione, nella sala degli Orazi e Curiazi, il Cristo Redentore, ritenuto la prima versione della statua nella chiesa della Minerva poi ripudiato a causa di una vena scura formatasi nel marmo. Come un generale, esso incede solenne afferrando il legno della croce insieme con corde e spugna, gli strumenti della Passione, a testimoniare la ricerca di Michelangelo della bellezza classica appresa prima a Firenze, nell’Accademia artistica promossa da Lorenzo il Magnifico nel Giardino di San Marco e poi di quella monumentale a Roma, conosciuta attraverso l’Apollo del Belvedere, i Dioscuri e le allegorie delle divinità fluviali. Nel Redentore, l’artista rappresenta la magnificenza del figlio di Dio che trionfa sulla morte. A seguire, La Madonna della Scala che appare quasi come un’evocazione. Essa viene citata da Giorgio Vasari nelle Vite del 1568, dove si osserva che l’opera era stata donata dal nipote di Michelangelo, Leonardo Buonarroti al granduca Cosimo I de’ Medici. Realizzata con tecnica a stiacciato rivela una grandiosa monumentalità con la figura della Vergine che invade l’intero rilievo. Gli scalini sulla destra sono probabilmente una metafora della ‘scala di Giacobbe’ attraverso l’associazione della Madonna come scala coeli, ossia trait d’union tra Dio e l’uomo, tra la terra e il cielo. Il bambino che mostra singolarmente un’anatomia già da adulto, rivela in nuce quelle ‘torsioni’ e ‘contrapposti’ che Michelangelo inaugurerà sia in scultura sia in pittura dando l’avvio alla corrente del Manierismo. Nella medesima aula emerge il busto di Bruto ideato per Donato Giannotti che pare quasi dialogare con il Bruto bronzeo dei Musei Capitolini situato accanto. Il nobile busto, che mostra in parte i segni del ‘non finito’ michelangiolesco su parte del volto e del collo, potrebbe far pensare che Michelangelo possa essersi ispirato all’effige del Caracalla dei Musei Vaticani posto qui, di fianco ai due ritratti, in un significativo confronto.

Al piano superiore dell’esposizione (quasi un percorso a tappe tra l’altra mostra dello Spinario e le collezioni permanenti dei Capitolini) si osserva uno dei disegni più affascinanti della produzione grafica di Michelangelo, lo Studio per la testa di Leda, a matita rossa. È lo studio per un dipinto realizzato dall’artista nel 1529-30 per il duca di Ferrara, Alfonso d’Este e come ricorda Vasari sembra realmente realizzato «a tempera col fiato». Nelle ultime opere di Michelangelo si accentuano le meditazioni sulla vita e sulla morte e le riflessioni spirituali come si osserva nel piccolo Crocifisso del convento di Santo Spirito, qui esposto, in cui il Redentore trionfante e ricolmo di splendore degli anni giovanili ha lasciato il posto ad un corpo evanescente, sfumato, quasi un essere incorporeo.

Dal 27 maggio al 14 settembre, Musei Capitolini, Roma; info: www.museicapitolini.org

 

 

 

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