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La politica del graphic novel

«Il fumetto si nutre di realtà, e la realtà si nutre (anche) di fumetto. Riconoscerlo, capirlo, studiarlo, farlo, significa aggiungere un tassello importante a quel mosaico complesso e ancora nebuloso che è la società diversa che auspichiamo». Scrive così il fumettista Zerocalcare (nome d’arte di Michele Rech), una delle matite più interessanti del panorama nazionale – tra i suoi successi La profezia dell’armadillo, Ogni maledetto lunedì su due e Dodici, pubblicati da Bao publishing – nella prefazione di Comix riot (è sua anche la cover), interessante ed esaustivo volume che Gaia Cocchi dedica al tema del graphic novel come forma di arte politica. Edito da Bordeaux, il saggio (272 pagine, 18 euro) associa a questo genere – con ragione e senza mezzi termini – il termine ”letterario”, riconoscendolo quale forma artistica autonoma contraddistinta da un vero e proprio linguaggio, espressione della società attuale sempre più visuale e legata alle immagini.

Dunque graphic novel e politica possono andare a braccetto? Certo che sì, considerando che attraverso questo binomio si può parlare di tutto e di tutti: dai patrioti del Risorgimento a Carlo Giuliani, dai partigiani a Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, dalla strage del Vajont a quella della stazione di Bologna. In questo senso Cocchi ricorda un’illuminante dichiarazione dell’esperto di fumetti Emiliano Rabuiti: «Il fumetto, come tutto, è politico nel momento in cui mette in discussione dei rapporti di gerarchia, specialmente se questi sono percepiti e vissuti come regola. Il fumetto politico è quel tipo di fumetto che affronta argomenti sociali – e appunto politici – sia in forma di reportage che in forma di commento e denuncia».
Niente di più vero. I diversi esempi di graphic novel definiscono una cultura artistica globale che coniuga i lettori senza distinzione di età, livello culturale e classe sociale; in questo senso l’autrice è stata abile a mettere ogni casella al posto giusto, a partire da una serie di capitoli che approfondiscono tanto le premesse per la nascita del graphic novel sociale («il graphic novel nasce nel 1978 e il padre, giustamente fiero della propria creatura, è uno dei più grandi artisti del fumetto a livello mondiale: Will Eisner. Il titolo dell’opera potrebbe sembrare quasi un segno per gli sviluppi futuri del genere: A contract with God») tanto il rapporto tra arti visive e fumetto, spaziando dalle avanguardie alla pop art agli esempi di casa nostra («tra i diversi autori, Pablo Echaurren è quello che sicuramente si mantiene più fedele alla tecnica linguistica e narrativa del fumetto», scrive Cocchi).

In particolare suggeriamo al lettore di rivolgere particolare attenzione al capitolo ”La rabbia, la denuncia e il graphic novel: nessuno si senta escluso”, dove gli autori delle opere menzionate sono, più che mai, «chiamati a rispondere a un’esigenza chiaramente collettiva». Riprende l’autrice: «È proprio per tale motivo che questo particolare tipo di narrazione grafica viene riconosciuto in molti casi come il più adatto per la rappresentazione di storie ed eventi che, nelle intenzioni – spesso direttamente esplicitate – degli artisti devono arrivare al cuore del lettore, rimanendovi e facendo scattare un meccanismo di critica autonoma, dal quale deriva conseguentemente la loro capacità di apportare un cambiamento reale nel comportamento politico stesso». Come darle torto?

Info: www.bordeauxedizioni.it 

 

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