UNPÒPORNO

Regina Galindo al Pac

Scrive Regina José Galindo: «Sono una cosa banale, come l’eco delle voci, il volto della luna. Ho due tette – piccole – il naso lungo, la statura normale. Miope, con una parlata popolare, i glutei flaccidi, buccia d’arancia. Mi metto davanti allo specchio e mi masturbo. Sono una donna, la più banale, tra le donne banali».

Sarebbe un’eresia affermare che l’arte della Galindo parli di pornografia, eppure in ognuna delle sue performance l’artista affronta l’argomento del sesso da prospettive differenti e con metodi distinti. Non parla di se stessa e del proprio corpo ma fa riferimento a un altro corpo, che è anche il suo, ma prima di tutto il nostro e quello di tutti (non solo quello della donna), il cosiddetto “corpo sociale”, come lo definiscono i curatori della mostra al Pac di Milano fino all’8 giugno. A riprova di ciò trasforma il suo, rigorosamente nudo per la più parte delle volte, in materia grezza, in supporto su cui proiettare le ferite, le colpe, le violenze, le perversioni e le ossessioni della società. In questi termini la Galindo parla di sesso. Poiché tutto ciò che riguarda il corpo femminile nella nostra società parla di sesso, dagli eventi naturali come il momento in cui nasciamo, a quando offriamo il nostro grembo per la procreazione, fino ad arrivare ai temi più duri che ne sviliscono il significato, violenze sessuali, femminicidi: «Dalla Vagina di una regina. Così sono nata. Non c’è stata cicogna, né mago. Solo sesso», così scrive l’artista.

Denunciando l’oggettivizzazione del corpo, la Galindo rende oggetto il suo; oggetto però consapevolmente e deliberatamente utilizzato per indurre a una riflessione e porre delle domande: Il mio corpo è ancora mio una volta che è anonimo, offeso, violato, rasato, esposto alla vista di tutti? Un tempo Barbara Kruger scriveva My body is a battleground, riferendosi alla strumentalizzazione del corpo femminile nella società. L’espressione oggi è ancora valida in senso ancora più pregnante. Non c’è quindi da stupirsi nell’assistere a Himenoplastia, l’azione del 2004 in cui la Galindo si sottopone ad un intervento chirurgico per la ricostruzione dell’imene, allusione non tanto a una pratica sempre più diffusa di chirurgia estetica, quanto a una verginità ritenuta sacra dalle culture più maschiliste. O ancora Perra, la perfomance in cui l’artista si incide con un coltello la gamba con la scritta ‘cagna’. «Quando torno a casa – spiega l’artista – non penso che sia successo a me, penso che uso il mio corpo come forma d’arte per comunicare, spiegare», come messaggio universale.

Regina José Galindo è nata nel 1974 a Guatemala City dove vive e lavora. Ha partecipato a importanti manifestazioni tra le quali la Biennale di Venezia, la Biennale della Avana, la Biennale di Sidney, la Biennale di Lubiana e di Sharijah; ed espone in prestigiosi musei di tutto il mondo. È stata premiata con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2005, in qualità di giovane artista. Le origini dell’arte dell’arte della Galindo si possono ovviamente rintracciare nella body art, laddove il corpo, spesso nudo, diventa lo strumento in grado di innescare una riflessione, il mezzo per capire, per denunciare le violenze della società e, i questo caso in particolare quella guatemalteca, che l’artista conosce e vive in prima persona. Tuttavia, seppure l’estetica delle sue pratiche si possa accostare a quelle degli azionisti viennesi, di Gina Pane, di Marina Abramovich, l’arte della Galindo è connotata da un profondo significato politico legato alle sue radici, che fa pensare a quello della cubana Ana Mendieta. Partendo dal suo microcosmo, il Guatemala, da sempre teatro di conflitti e di violenze del governo contro la popolazione, allarga il discorso al macrocosmo umano, toccando tematiche universali, quali politica, donna, violenza, organico e morte. Tutte queste tematiche sono rappresentate a Milano al Pac, Padiglione d’Arte Comtemporanea di Milano, che ospita l’ampia antologica Estoy viva (l’ atto di resistenza delle donne del Guatemala), a cura di Diego Sileo e Eugenio Viola, che include anche disegni e poesie.

Difficile prevedere le personali reazioni a determinate provocazioni, ancora più stupefacente notare come queste inneschino dei meccanismi di attrazione repulsione, seduzione e disgusto, partecipazione e distacco. Pari alle pratiche sessuali più borderline e più spinte, le offese che la Galindo prova sulla sua pelle suscitano nello spettatore sensazioni antitetiche. La violenza, la nudità, l’esposizione del sesso, se da un lato generano sentimenti di repulsione, dall’altro insinuano una curiosità voyeuristica verso un masochismo strumentale alla trasmissione di un messaggio. Come scrive Eugenio Viola nel bel catalogo della mostra milanese edito da Skira: «Galindo infligge al proprio corpo una serie di atti fisici violenti e degradanti, innesca un dispositivo in cui lo spettatore è messo nella posizione scomoda del testimone, passivo per procura, che non può né intervenire, né esercitare nient’altro che una colpevole pulsione pornograficamente voyeurista, poiché l’orrore del sacrificio irrompe nel quotidiano e l’immaginario». Il catalogo, intitolato come la mostra, Estoy viva (sono viva), raccoglie i testi critici dei curatori più un testo di Emanuela Borzacchiello, esperta di gender studies, tutti tradotti in lingua inglese e spagnolo. È arricchito inoltre da una ricca selezione di immagini, che ripercorrono la produzione dell’artista in ordine cronologico all’interno di maxi aree tematiche, le stesse in cui è suddivisa la mostra. In coda una sezione intitolata Poesie che affianca ai disegni dell’artista le sue poesie, in cui si condensano i contenuti tematici della sua ricerca artistica.
A cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola, Regina José Galindo, Estoy Viva, Skira/Pac Padiglione d’arte contemporanea edizione trilingue, 257 pagine, 40 euro.

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