Wim Wenders, le fotografie

«La fotografia rappresenta sempre meno un processo di tipo cognitivo che offre delle risposte, ma rimane un linguaggio per porre delle domande sul mondo. E io, con la mia storia, ho percorso esattamente questo itinerario, relazionandomi continuamente con il mondo esterno, con la convinzione di non trovare mai una soluzione alle domande, ma con l’intenzione di continuare a porne. Perché questa mi sembra già una forma di risposta». Luigi Ghirri, Dimenticare se stessi, 1989.

Non vi è presenza umana nelle fotografie di Wim Wenders, le architetture urbane si stagliano magniloquenti senza dare forma a una narrazione diretta e univoca, lo sguardo si intreccia tra le rughe di un edificio, negli anfratti di un caseggiato, nel silenzio del paesaggio. Wenders incontra Ghirri all’inizio della sua carriera cinematografica. Ghirri incita il regista tedesco a proseguire la sua ricerca visiva, Wenders raccoglie le parole del fotografo emiliano e continua il suo percorso professionale anche attraverso i lavori del maestro di Scandiano, quel pensare per immagini che è divenuto il dogma di una nuova generazione di fotografi. Esiste un senso di smarrimento negli scatti di Wenders, un’attesa di matrice Beckettiana, dove l’uomo è sospeso in un interstizio temporale senza soluzione di continuità. Mosca, Berlino, Tokyo, divengono luoghi immaginifici, contesti anonimi dove spazi e forme divengono storie e significati. Le immagini, rigorosamente a colori, fissano un concetto, delimitano lo spazio di uno sguardo, laddove la frammentarietà della superficie rappresenta la scelta linguistica del fotografo che lascia allo spettatore il compito di proseguire il racconto, di raccogliere una testimonianza, di essere il narratore inconsapevole di una storia trascritta a metà.

Wenders scopre il tessuto urbano anche attraverso i retaggi storico artistici che ha immagazzinato nel suo percorso formativo, il primo importante influsso deriva dalla pittura di Hopper, quella volontà di sospendere, di filtrare lo spazio circostante in attesa di un evento, di un cambiamento che rivoluzioni l’esistenza ma che inevitabilmente non avrà mai luogo. La sospensione del tempo scaturisce un processo cognitivo dove svanisce ogni punto di riferimento, come fosse all’interno di un’opera di Hopper, Wenders dilata lo scenario, rende inaccessibile le prospettive incomplete dei palazzi, estremizza la sua ricerca espressiva fino a mettere in discussione l’approccio estetico e concettuale dell’inquadratura fotografica. «Per me vedere significa sempre immergersi nel mondo, pensare, invece, prenderne le distanze», nelle parole del cineasta si percepisce il dogma fondante del suo lavoro, il rapporto elettivo che ha costruito con la narrazione del paesaggio frutto di una rappresentazione mai scontata della realtà, che permette di rallentare lo sguardo e di cercare immagini immerse nel contemporaneo. Urban solitude diviene un monito esistenziale, uno status intellettivo che innesca il dialogo consegnando allo spettatore un repertorio iconografico del quotidiano dove è possibile costruire le identità espressive di anonime geografie metropolitane.

Fino al 6 luglio; palazzo Incontro, via dei Prefetti 22, Roma; info: www.fandangoincontro.it

Foto Micaela Lattanzio