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Jeff Wall, una retrospettiva

Il fotografo canadese Jeff Wall è oggetto di una retrospettiva allo Stedelijk museum di Amsterdam fino al 3 agosto. Punto di partenza della mostra è il 1996, data fondamentale per l’artista che comincia a realizzare fotografie in bianco e nero dopo essersi fatto conoscere con i suoi famosi lightbox a colori. La dimensione rimane quella: enorme. Wall è stato uno dei primi fotografi a utilizzare un formato gigante per i suoi scatti, misure solitamente riservate a dipinti. Il bianco e nero per l’artista in realtà non è che un mezzo per raggiungere un’atmosfera che altrimenti con uno scatto a colori sarebbe impossibile da ricreare. Basta osservare Volunteer (del 1996, appunto) per capire che il senso di desolazione e solitudine che il lavoro esprime non poteva in alcun modo essere reso attraverso una fotografia a colori. Wall, però, non rimane intrappolato nella tela affascinante del bianco e nero ma è come se scoprisse una nuova tecnica, una porta da aprire quando il caso lo richiede e questo consente al fotografo di passare liberamente e con naturalezza da uno stile a un altro, dal colore al bianco e nero.

Per il resto le opere presentante in mostra non aggiungono né tolgono niente alla poetica del fotografo del resto immutata nel corso degli anni. Gli scatti di Wall hanno l’immobilità delle sculture classiche, la solidità astratta e la resa realistica, le stesse qualità che hanno spinto molto probabilmente Michelangelo a gridare al suo Mosé «perché non parli?». Composizioni che sembrano banali, ferme immagini di una realtà che non fa altro che scorrere, in verità sono fotografie studiate nei minimi particolari come neanche i set cinematografici e che nella loro naturalezza rivelano la bugia della fotografia. I soggetti delle sue inquadrature non sono conoscenti alla Nan Goldin né passanti alla Robert Frank ma attori che interpretano dei ruoli precisi che come uno sceneggiatore Wall assegna loro. Nulla è lasciato a caso, tutto è calcolato e il caos è una diversa forma di ordine ugualmente studiata. Nella loro perfezione le fotografie non si limitano al dato estetico ma raccontano una storia con il minimo necessario degli elementi, dato questo che avvicina ancora più il lavoro di Wall a quello di un regista.

E poi le opere d’arte, quelle dei pittori, che il fotografo prende come punto di riferimento estetico-compositivo e dove gli esempi fioccano, come La morte di Sardanapalo di Delacroix con la Camera distrutta o per citarne un altro, Manet con il Bar aux Folies-Bergère e Picture for Women o come Hopper in Summer Afternoons suo ultimo lavoro esposto anche nella mostra ad Amsterdam e dove la parte destra del dittico ricalca una delle malinconiche donne del pittore statunitense. «Spero che con questa mostra riusciamo a sensibilizzare il pubblico all’arte di Wall – dice il curatore Hripsimé Visser – e farlo riconoscere come l’artista che ha definito lo stile della fotografia artistica fine art».

Fino al 3 agosto; Stedelijk museum, Amsterdam; info: www.stedelijk.nl

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