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Ai Weiwei a Berlino

«Per esprimersi serve un motivo. Ma esprimersi è il motivo». Per Ai Weiwei, la libertà d’espressione è un diritto imprescindibile che difende attivamente con ogni mezzo a sua disposizione: da Twitter ai media globali e, ovviamente, attraverso la propria pratica artistica.

Le sue vicende private lo hanno reso uno degli attivisti più famosi degli ultimi anni, una figura simbolo, l’esempio della lotta per la difesa della parola e della libertà assoluta di espressione in un paese ancora troppo difficile come la Cina. Un’attività quotidiana contro autorità sempre più rigide e contro la repressione di qualsiasi forma di critica, che spesso gli ha procurato non pochi guai: dalla chiusura del suo blog da parte delle autorità cinesi per contenuti ritenuti scomodi, fino alla carcerazione, nel 2011, in una località segreta, durata ottantuno giorni, e interrotta soltanto grazie alle grandi pressioni di artisti e attivisti di tutto il mondo.

Prima artista e poi architetto, Ai Weiwei è noto nel mondo per le sue opere irriverenti: tra le più famose sicuramente la dissacrante performance Dropping a Han Dynasty Urn, oltre naturalmente al grande stadio Olimpico di Pechino. Il 3 aprile, il museo Martin-Gropius-Bau di Berlino ha inaugurato la sua mostra personale Evidence. La più grande dedicata all’artista cinese: diciotto stanze e tremila metri quadrati abitati dalle sue opere. Dragoni di bronzo, marmi, maschere antigas e migliaia di sgabelli di legno disposti a riempire un’intera stanza. Lui però non c’era. Uno scherzo? L’ennesima provocazione?  No. Dopo la scarcerazione Weiwei è tornato a lavorare nel suo studio di Pechino, ha il permesso di viaggiare in Cina, dove è facilmente controllato dalle autorità cinesi, ma gli hanno ritirato il passaporto. Qualche giorno fa l’artista ha pubblicato online un video in cui chiede alle autorità di restituirglielo e concedergli il permesso di andare in Germania per l’inaugurazione della mostra, ma non c’è stato niente da fare. In ogni caso, questo non ha fatto che aumentare l’interesse sull’evento e mobilitare nuovamente artisti e critici per la libertà dell’artista dissidente.

«Tutto è arte. Tutto è politica», dichiara. I suoi lavori, infatti, hanno sempre e comunque un significato politico: per Berlino, per esempio, ha ricreato la disputa tra Cina e Giappone per le le isole cinesi Diaoyutai, altre installazioni invece ricordano il terremoto in Sichuan, altre ancora il periodo della detenzione. Il suo linguaggio è semplice e diretto, «come un proiettile sparato da una pistola», per dirla con le parole dell’artista che nel 2013 ha pubblicato anche un libro, Weiweismi, tradotto in italiano da Einaudi. Una raccolta di aforismi che ben si prestano alla densità semantica della lingua cinese e che raccontano della sua carcerazione, del rapporto fra internet e libertà, del ruolo dei social network nelle sollevazioni globali, della polizia di Pechino responsabile del suo pestaggio (apertamente sbeffeggiata nel video di Dumbass  e anche nel libro Ribaltare le auto della polizia è probabilmente l’unico sport che mi diverte), della Cina di oggi e del suo sistema autoritario e antidemocratico. Ma soprattutto parla del suo modo di intendere l’arte, che per essere reale, concreto, per avere un senso, in un Paese come la Cina, deve essere inevitabilmente politico. Ai Weiwei, insomma, nonostante gli ostacoli, non si ferma mai: «La mia parola preferita? Azione».

Fino al 7 luglio, Martin-Gropius-Bau museum, info: www.berlinerfestspiele.de

museo Martin - Gropius Bau

Niederkirchnerstraße 7Berlino

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