Il cinema anglosassone apre la nuova settimana con il documentario Politicamente scorretto The Hunter S. Thompson’s Gonzo (Gonzo: The Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson). Lo scrittore americano Hunter Thompson, scomparso nel 2005, diventa protagonista del lungometraggio diretto da Alex Gibney. Un omaggio ad una figura dibattuta e creatrice di un nuovo stile giornalistico, incentrata su un modo di narrare gli accadimenti mescolando oggettività di cronaca e pareri personali. Il Gonzo, questo il nome dello stile, è in effetti un’espressione autorale di forte incisività, che riflette Thompson in una personalità rivoluzionaria, controcorrente e senza ripensamenti. Un documentario senza compromessi narrato dalla voce di Johnny Depp, che accompagna il ritorno dell’attore Keanu Reeves protagonista di 47 Ronin. Girato da Carl Rinsch il film racconta le vicende di 47 samurai che combattono con lo scopo di riscattare l’onore perduto della loro stirpe. Rifacimento della pellicola La vendetta dei 47 ronin (1941), l’opera condensa grandi scene di azione sullo sfondo della fotografia diretta da John Mathieson, artefice di una persuasiva abilità tecnica dai risvolti efferati, all’insegna di un tipo di cinema che guarda in alto l’intrattenimento, e questa settimana trova adeguato antagonista nel film Need for Speed diretto da Scott Waugh, in cui l’azione si sposta su strada e sorregge la corsa di Per Tobey Marshall, interpretato da Aaron Paul, all’insegna di una vendetta senza perplessità sulla scia di un’ingiusta accusa inerente ad un crimine non commesso. Attraverso il protagonista Waugh ritrae in un certo qual modo il riscatto dell’onestà e l’antica lotta tra il bene e il male; basata su un videogioco e sceneggiata da George e John Gatins, la proiezione non delude le aspettative di chi strizza l’occhio al cinema come diversivo di fuga.
Il ritmo narrativo non delude le aspettative e resta coerente con il tema delle gare automobilistiche; un’opera all’insegna dell’alta velocità che rallenta di fronte ai sentimenti descritti nella commedia sentimentale Maldamore, nella quale il regista Angelo Longoni recluta Ambra Angiolini, Luca Zingaretti, Alessio Boni e Luisa Ranieri per comporre una malinconica melodia sul trasporto delle infedeltà e delle riappacificazioni. Quattro bravi attori che caratterizzano le complicazioni dei rapporti, e la conflittualità dell’interiorità umana combattuta dall’istinto. Una pellicola gradevole costruita con leggerezza e semplicità sulle ferite dei percorsi umani, che cambia prospettiva attraverso il personaggio di Joaquin Phoenix nel film Lei (Her) delineato da Spike Jonze; storia di uno scrittore che trascorre la vita in solitudine e che, inaspettatamente, si trova coinvolto sentimentalmente con la voce di un complesso sistema operativo. Vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale il film, interpretato anche da Scarlett Johansson e Amy Adams, pone l’accento ad un alternativo sguardo all’amore, ponendo interrogativi di fondamentale importanza e che da sempre disegnano gli aspetti delle nostre esistenze. La costruzione di un amore, come cantava Fossati, non risulta mai cosa semplice e diverse scuole di pensiero l’attraversano. Il personaggio del film riversa l’attenzione sentimentale sul virtuale trovando una certa stabilità, cominciando a rivalutare e a capire quegli aspetti che nella propria vita non hanno funzionato. Il regista analizza molteplici sfaccettature che riguardano l’individuo; l’introspezione psicologica, la capacità di evolversi, il rendicontare le esperienze e renderle forte espressione di utilità verso il futuro. La relazione precedente del protagonista Theodore si è strappata perché non c’è stata la capacità, da parte di entrambe le parti, di plasmarsi dietro ai cambiamenti; ed è proprio questa la componente portante del film, rappresentativa della capacità primaria e necessaria per proseguire un’importante e preziosa relazione. Una priorità assoluta che deve restare coerente all’interno dell’instabilità e della discordanza del sentimento.


