Verso la grande Brera?

Forse la questione più difficile per un architetto, in veste di restauratore, è pensare l’edificio come sarà pur avendo davanti la costruzione da modificare così com’è, cioè con il suo insieme di pareti, volte, colonne, scale che insistentemente si impone allo sguardo di chi la osserva confermando la sua presenza. Difficile pensare che il silenzio di un palazzo totalmente abbandonato e, diciamolo pure, in completa rovina sarà teatro di un museo che si tira dietro passi, discorsi davanti a quadri, semplicemente persone (tante è la speranza). Questa è la difficile situazione di ogni architetto di fronte un’opera da restaurare, ma ancora più complicato se l’opera in questione è diventata un’utopia, quasi un sogno di ristrutturazione data la sua storia di fallimenti, di accenni d’intervento (alcuni morti prima di cominciare, altri che hanno lascito una traccia, spesso scomoda, per chi la dovrà calcolare nel proprio progetto di conservazione. Stiamo parlando di palazzo Citterio a Milano e del sogno della Grande Brera causa di un concorso lanciato due anni fa per il suo adattamento a museo, come proseguimento della collezione ospitata dalla galleria Brera. Tredici progetti, compresi il vincitore, sono stati esposti alla Triennale di Milano e ora sbarcano a Roma esposti nel Maxxi.

La storia di palazzo Citterio è una faccenda lunga che ben rappresenta l’incapacità italiana di gestire una potenziale risorsa economica e non solo. La costruzione è stata comprata dallo stato nel 1972 sborsando un miliardo e 148 milioni di lire con lo scopo di allargare la galleria Brera e di trasformare il palazzo in un proseguo delle collezioni accresciute soprattutto durante la seconda guerra mondiale. Niente è cambiato da allora, ne il fine, ne l’edificio, nonostante sono stati molti i progetti presentati e mai attuati. Appena acquistato si lavora sull’edificio per un adeguamento delle strutture, operazione che non viene portata a termine. Si pensa allora di chiamare, e siamo nel 1986, l’architetto in voga del momento: l’inglese James Stirling vincitore qualche anno prima del premio Pritzker. Stirling si mette subito al lavoro forte dei finanziamenti della fondazione San Paolo e prima di morire nel 1996 riesce a concludere, in parte, l’interrato. Poi il silenzio e nel 2008 parte il progetto Brera in Brera cioè l’idea di portare l’accademia di Belle arti che ha sede nella stessa galleria, dentro palazzo Citterio e lasciare tutta la galleria alle collezioni. Anche qui falsa partenza, mancano i fondi. Dopo il commisariamento di Mario Resca che aveva preso in mano il palazzo, si arriva al concorso.

Le regole dettate per partecipare sono rigide e pongono molti vincoli ai partecipanti, pochi elementi possono essere modificati, la struttura deve essere portata a norma europea, deve essere ristrutturata e adibita a museo il tutto con un budget particolarmente ristretto che costringe a un more is less come motto principale. Forse per questo la partecipazione al concorso non è stata molto numerosa, 15 progetti di cui per la mostra ne vengono mostrati 13. Il vincitore invece è l’architetto Amerigo Restucci con Researc consorzio Stabile che capita la situazione presenta un restauro con un ribasso del 30% rispetto al budget di partenza. «È stata dunque dedicata grande attenzione alla progettazione preliminare – scrivono i vincitori nel catalogo mostra Skira – intenzionalmente limpida, come sempre dovrebbe essere quella di un museo, essenziale e chiara, non scevra però di misurata monumentalità rappresentativa nei nuovi spazi e nei nuovi elementi che era indispensabile creare, come nel caso della scala principale, È dunque un progetto approfondito, nel quale appare meno risolto, forse, il problema dei raccordi architettonici fra spazi diversi e molto caratterizzati». E da qui propongono interventi sul corpo scale, sul giardino e sui vari piani, l’illuminazione per la facciata, impianti d’allarme e tutto ciò che occorre a una struttura per essere chiamata museo. Nessuna novità invece per l’avvio ai lavori, sarà la volta buona?

Fino al 30 marzo, Maxxi, via Guido Reni4, Roma; info: www.fondazionemaxxi.it