Cinema, le anteprime

Torna nuovamente l’azione tridimensionale con l’ultimo capitolo della leggenda ispirata al fumetto Xerxes di Frank Miller. Il generale Temistocle, caratterizzato da Sullivan Stapleton, si trova a dover combattere contro l’esercito persiano in mare all’insegna di uno straordinario combattimento navale. Diretto da Noam Murro 300 L’alba di un impero (300 Rise of an empire) resta un’opera che non smentisce il primo capitolo della saga restando fedele al forte impatto visivo sul quale il film è prodotto; scenari apocalittici di robuste vibrazioni filmiche creano una cornice conforme alle giuste regole di un certo cinema d’intrattenimento, con effetti speciali che non restano vuoti e che vestono il lungometraggio con abiti che sembrano sbattere sul corpo con forte intensità. Le battaglie dei greci sostenute in mare si attenuano con quelle affrontate in strada da Samuel L. Jackson e Dominic Cooper nel film diretto da Peter Howitt Un ragionevole dubbio (Reasonable Doubt); viaggio nervoso sulla scia di un uomo incolpato ingiustamente di un incidente stradale e nel quale un pedone perde la vita. Tra thriller e giallo Howitt riesce a comporre un contesto filmico dove non mancano i colpi di scena, in cui azione e aspetto psicologico vengono distribuiti con misura.

Ogni aspetto narrativo entra nelle sequenze senza intromissioni, restando fautore di un genere cinematografico costruito senza incertezze e che correndo svincola in una parallela per poter far transitare, con più pacatezza, le produzioni del cinema nostrano dove Claudio Amendola esordisce alla regia con la commedia La mossa del pinguino, raccontando le vicende di quattro uomini indigenti che trovano dignità sociale nel gioco del curling. Con Edoardo Leo, Ricky Memphis, Antonello Fassari ed Ennio Fantastichini, il film è frutto di una consapevolezza registica che fortunatamente evita di strafare. Amendola confeziona il suo discorso con semplicità e buona dose di sentimentalismo, assecondando l’attuale esigenza dello spettatore italiano di evadere da una determinata realtà di crisi; una divertente passeggiata che passa la macchina da presa ad una colonna rappresentativa del nostro cinema e che porta il nome di Ferzan Özpetek, il quale assieme a Gianni Romoli scrive Allacciate le cinture con Kasia Smutniak e Francesco Arca. Storia di un amore irrefrenabile tra due persone diverse tra loro ma comunque destinato a prendere forma. Il regista di origini turche afferma la sua impronta raffinata e attenta ai dettagli all’interno di un’opera ricca di elementi sentimentali, comici, drammatici e sociali; i personaggi di Elena e Antonio risultano completi nella loro costruzione attraverso i colori intensi di una fotografia (Gian Filippo Corticelli) melodrammatica, dove i toni chiari ammorbidiscono quelli scuri rendendo alla luce la giusta naturalezza non risultando stucchevole. Özpetek esalta l’importanza del sentimento come parte fondante delle nostre vite, che si modifica attraverso l’asfalto bucato sul quale viaggia. Una forte passione trasformata in immagini e devota ad una certa poesia malinconica, che non si concede a passaggi zuccherosi affinché la visione non risulti indigesta. Un film commovente di un’estetica comprensibile perché accessibile alla percezione, curata ma non complicata; un viaggio all’insegna di una linearità di vita tradita dalle deboli coerenze dell’uomo.

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