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L’arte vista da Petrucci

«Non c’è opera d’arte che non si rivolga a un popolo che non esiste ancora». Le parole del filosofo Gilles Deleuze appaiono quanto mai adeguate per descrivere il concetto portante dei lavori di Cristiano Petrucci. Ha inaugurato lo scorso 20 febbraio la mostra intitolata Ebanis. Nuove forme di vita presso gli spazi della galleria Ermanno Tedeschi di Torino, in cui l’artista romano ha presentato al pubblico una selezione di lavori inediti frutto di un processo creativo che vede innestarsi nelle articolate composizioni geometriche semplici palline da ping pong. Un linguaggio immaginifico che genera architetture ardimentose, che sovverte ogni presupposto di ricondurre a una specifica corrente artistica l’opera di Petrucci. In una chiacchierata abbiamo cercato di sondare cosa si cela dietro queste nuove forme di vita, e quali sono, secondo la personale visione dell’artista, le nozioni essenziali che caratterizzano la nostra epoca contemporanea.

Negli anni Cinquanta si impose sulla scena internazionale una nozione di antiarte promulgata dal collettivo Fluxus. Uno dei suoi principali membri, Georges Maciunas, espone in questo modo il suo programma: ”Se l’uomo potesse, nella stessa misura in cui vive l’arte, fare esperienza del mondo concreto che lo circonda (dai concetti matematici fino alla materia fisica) non ci sarebbe più alcun bisogno di arte, di artisti e di altri elementi improduttivi”. Le parole di Maciunas rappresentano una provocazione, ma secondo il tuo punto di vista l’arte riproduce un’esperienza del mondo? «L’arte va di pari passo ad una società che ha bisogno di una comunicazione estrema e di denuncia. L’uomo contemporaneo ha basato la sua vita sul consumismo e sulla ricerca del potere, lo scopo principale è quello di possedere oggetti, di sopraffare il prossimo, innescando un meccanismo che fa parte di un sistema economico e sociale deviato. L’arte non sfugge da questo sistema, ne è parte integrante. Se l’uomo si avvicinasse alla natura, se prendesse di nuovo coscienza della collettività, di un egualitarismo sociale, sono convinto che non avrebbe più bisogno dell’arte. In futuro, nell’equilibrio di un mondo non più regolato da gerarchie, l’arte non sarà necessaria e potrebbe sparire nel momento in cui l’essere umano ritroverà il sistema naturale delle cose».

In un’opera esiste un valore inafferrabile che risiede nell’idea della mente che l’ha partorita. Che cos’è per te un manufatto artistico? «Un’opera d’arte è matematica pura, un’elaborazione numerica continua. Tutto quello che un artista vive viene filtrato, scaturendo così il proprio lavoro. Sono convinto però che un’opera non sia un filtro che purifica, ma è un contagio. Non credo ci sia qualcosa di così speciale, essa rappresenta un linguaggio che risiede all’interno del nostro sistema».

Il titolo della tua mostra parla di “nuove forme di vita”. Cosa rappresenta nella tua visione artistica la volontà di perseguire la ricerca di un linguaggio inedito? «Con il mio lavoro cerco in tutti modi di sondare qualcosa di mai visto. Mi piace pensare che la mia arte rappresenti una rottura, non voglio un passaggio di testimone con il passato, non mi interessa battere strade già percorse in precedenza, tornare su medesimi concetti già formulati. Ho cercato di ascoltare la mia parte immaginifica, di totale fantasia, che spero sia l’elemento meno contaminato del mio pensiero».

Da cosa è scaturita questa ricerca che va al di là del reale? Nelle tue opere non vi è un sentimento di astrazione ma piuttosto l’innesto di forme sconosciute che appartengono a dimensioni insondabili. «L’uomo è sempre alla ricerca di una spiegazione, questa componente annulla qualsiasi cosa, siamo prede di teorizzazioni fuorvianti. Io sono alla ricerca dell’incomprensione, di qualcosa di inafferrabile».

Scrive Mario Airò: ”Per l’arte non credo abbia importanza il messaggio, io uso la parola contenuto. Se mi piacciono delle opere è perché ci trovo dentro qualcosa, l’arte serve a trovarci dentro qualcosa. Se il messaggio è esplicito non ci trovi più niente, è poco interessante”. Cosa pensi in merito a questo definizione di messaggio e di contenuto in relazione al tuo lavoro? «Sono convinto che il messaggio non trasformi l’opera d’arte in qualcosa di universale, è come se avesse un’etichetta, un nome, come fosse uno slogan di propaganda. I miei lavori sono fruibili da chiunque: dal critico all’intellettuale, dal bambino alla persona non interessata all’arte, penso non faccia alcuna differenza proprio perché possiede un contenuto non un messaggio. Il messaggio è una targa, il contenuto è qualcosa con cui tutti possono interagire e con cui tutti possono entrare in contatto a loro piacimento. In questo senso non ho alcuna regola da dettare».

Nelle tue opere esiste una componente tecnica fondamentale che hai sviluppato anche attraverso la creazione di strumenti e di utensili che hai personalmente costruito. Quanto la matrice tecnica ha sviluppato il tuo vocabolario e da cosa è scaturita la decisione di utilizzare nei tuoi lavori semplici palline da ping pong? «Creare nuovi mondi è la conseguenza della costruzione di nuovi oggetti per plasmare realtà immaginifiche. Quello che mi affascina della forma sferica con cui interagisco attraverso l’utilizzo delle palline da ping pong, è che non può prendere posizione, non si può fermare, va di pari passo a ciò che la circonda. La sfera racchiude tutto dagli atomi al sistema solare. Non voglio etichettare le mie opere, mi diverte che le persone chiamino bruchi le forme che ho creato o le avvicinino ad esseri alieni, ma non ritengo di dover dare una definizione. Mi fa piacere che i miei lavori vengano paragonati a qualcosa di mai visto, che ci sia una rottura in atto».

Cosa significa per te rottura? Da cosa ritieni sia giusto allontanarti? «Ogni epoca ha la sua arte. Duchamp disse che esiste una relazione tra le persone che hanno vissuto l’epoca in cui l’opera è stata prodotta e l’opera stessa, nel momento in cui quelle persone moriranno, morirà anche l’opera. Il dovere di un artista è di guardare oltre ed andare avanti».

C’è però una contraddizione di fondo, i tuoi lavori sono rivolti al futuro, ad una generazione che dovrà venire, però allo stesso tempo ritieni che sia indispensabile rompere con il passato. Come risolvi questa contrapposizione? «Fare arte per una generazione futura vuol dire lasciare testimonianza di un presente che per noi è impossibile comprendere. Il mio punto di rottura risiede nel non essere paragonato o congiunto a forme e correnti artistiche che mi hanno preceduto. Vorrei un’arte pura che si nutra della nostra contemporaneità. Il mio compito è di parlare di quello che accade oggi. Chi cerca una continuità col passato non percepisce l’importanza di immergersi nel presente».

Che cosa significa essere contemporaneo? «Vuol dire aggiornarsi in continuazione, vivere il presente come fosse un’articolazione istantanea del futuro. Significa trascorrere ogni giorno con la consapevolezza di incontrare un nuovo mondo sconosciuto ai nostri occhi».

Quali sono gli elementi che influenzano il tuo lavoro? «Mi influenza tutto quello che risiede nella sfera della creatività dall’architettura al design, dalle mode ai cambiamenti sociologici. Ogni processo afferisce ad un linguaggio, in questo intricato sistema cerco di comprendere come la popolazione reagisce alle trasformazioni, sono queste dinamiche collettive che interessano l’essere umano ad affascinarmi».

La ripetizione è un elemento cardine nelle tue opere, un’ossessione spasmodica che ti consente di comporre in maniera modulare i tuoi lavori. Cosa rappresenta per te questo modo di operare? «È la celebrazione di un rito. Nella meditazione esiste una componente ripetitiva fondamentale che ti consente di allenare il cervello e di svuotarlo da ogni interferenza esterna. La ripetizione consiste nel cadere in una sorta di trans che ti permette l’uscita dal sistema. Questo meccanismo annulla il pensiero e ti allontana dagli automatismi che regolano e alimentano la società. Il mio lavoro vuole essere il frutto di un pensiero collettivo, tendo nelle mie opere a creare una sorta di popolazione che si innesta all’interno di schemi geometrici ben definiti. In precedenza i miei lavori erano frutto di una volontà impulsiva e gestuale, oggi cerco di seguire una formula, mi sono allontanato da un’arte fine a se stessa perché era un semplice sfogo, qualcosa di personale che doveva uscire fuori. Sono giunto a progettare opere pure e armoniche, in stretta connessione con la mia personale visione di collettività».

Fino al 29 marzo alla Ermanno Tedeschi gallery
via Pomba 14, Torino
info: www.etgallery.it 

Foto di Giorgio Benni

 

 

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