Nel solco del progetto artistico iniziato a Lecce con la mostra Le città invisibili la fotografa romana continua il suo “nomadismo artistico” alla ricerca di nuovi sguardi su grandi e piccole città del mondo. Con la sua inseparabile Leica Ines Facchin scava e scova nei centri urbani come nelle periferie quelle architetture di luce nascoste nei riflessi che da sempre ama fotografare. Ogni scatto è una scoperta sempre nuova. Un gioco cromatico fatto di texture pittoriche di campiture di colori, ora abbaglianti ora sfumati, che diventano come una sorta di dna topografico dei luoghi visitati da Parigi a Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Bukara, San Pietroburgo, Astana… Nessun artificio, nessun filtro è stato utilizzato per ottenere le immagini che, svela l’autrice, sono il frutto di un’intuizione, di un modo particolare di fissare l’obiettivo sfruttando leggi ottiche, dalla riflessione all’assorbimento del colore e della luce attraverso la materia dei corpi che reagiscono in modo diverso a seconda della superficie, dell’incidenza della luminosità che li attraversa. «Cosa veramente cerca l’artista Ines Facchin quando fissa lo sguardo su un punto della terra, sul suo magma substratico, dentro una bolla d’acqua, in un ristagno in mezzo alla strada, su una parete di un grattacielo dilavata dalla pioggia? Su un punto, un punto qualsiasi, ma che sia un punto micron? Cosa vuole comunicare, cosa vuole dirci»? Scrive nella presentazione in catalogo il professore Maurizio Nocera che aggiunge «Forse Ines, attraverso le sue immagini trasfigurate, apparentemente indecifrabili, intende farci immergere empaticamente in una dimensione modificata dello stato di coscienza, dove suoni, luci, linee, sensazioni olfattive e uditive stravolgono il senso conformistico di una realtà spesso banale».


