Quello raccontato dalle pagine del quotidiano Repubblica, è un vero e proprio giallo archeologico. I furti sulla Regina viarum sono una storia vecchia ma allo stesso tempo recente. È la storia dell’edificio distrutto e delle cinque statute femminili portate via nel Cinquecento per abbellire palazzi e musei. Il mistero riguarda la scomparsa della “sesta sorella”, mistero alimentato dall’anatema contro i saccheggiatori dell’arte inciso su un tempietto lì vicino. Un mistero che adesso sembra essere stato svelato. Gli scavi a Capo di Bove, di fronte l’archivio di Antonio Cederna, a poche centinaia di metri dalla tomba di Cecilia Metella a Roma, hanno riportato alla luce, negli ultimi anni, un grande frammento dell’elegante panneggio di una statua. È un pezzo di “stoffa” che corrisponde al ventre e a una gamba. «È lei la sesta cariatide», afferma l’archeologa Rita Paris, insieme ai colleghi Bartolomeo Mazzotta e Maria Naccarato, nell’ultimo numero del Bollettino dell’istituto archeologico germanico di Roma. Secondo gli studiosi le forme, le misure e il marmo coincidono con quelli delle altre cinque conservate a villa Albani, a Londra e ai musei Vaticani,dopo aver preso in esame anche altri de monumenti che si trovavano nelle vicinanze: il sarcofago di Cecilia Metella, strappato all’Appia ai tempi di Paolo III e oggi a palazzo Farnese, e il tempietto rotondo disegnato nel’500 da Pirro Ligorio. Proprio l’architetto registrò sulla carta un anatema inciso dai romani: «le colonne sono un dono a Cerere e a Proserpina, non è permesso ad alcuno di portarle via. Chi le rimuoverà non ne riceverà alcun vantaggio. Ne è testimone la dea Infernale». Non si sa se hanno avuto a che fare con Ecate i manovali incaricati di rubare le due colonne del tempietto, che oggi si trovano al museo archeologico di Napoli ma è sicura la minaccia. «È ora possibile dire che la vigna Strozzi, di cui parlano nel Settecento Piranesi e Winckelmann raccontando il ritrovamento delle tre cariatidi Albani, coincide con l’edificio termale di Campo di Bove. Ed è possibile – spiega l’archeologo Paris – estendere a sud i confini del Tropio di erode Attico». Sempre a Capo di Bove è stata rinvenuta una lastrina con scritto «Regilla, luce della casa». Appartiene a Anna Regilla, moglie di Erode Attico, fatta uccidere incinta dal marito nel 160 in Grecia. Dopo aver disseminato di templi, monumenti e belle cariatidi in stile attico quell’insediamento agricolo e sacro avuto in dote dalla moglie Anna sull’Appia, lo stesso Erode lo ellenizzò nella forma e nel nome Tropio. In onore del promotore greco della sua amata terra d’origine.


