Due punti e a capo

Expò 2015: un buco nell’arte

L’Expo 2015 di Milano trascura l’arte contemporanea? Per quanto assurdo oggi parrebbe proprio di sì. Leggendo presentazioni e documentazioni varie sulla esposizione, la cultura e gli eventi artistici effettivamente qua e là compaiono, ma sembra più per facciata che per convinzione. Non dico come i libri finti di casa Briatore, questo no, ma piuttosto come un ingrediente obbligatorio ma non proprio sentito e ritenuto fondamentale. Eppure l’esposizione universale è un evento importante. Uno di quelli che può cambiare il volto di un paese sia in termini economici che sociali. Tanto per capirci: è attesa la produzione di un valore aggiunto pari a 4,5 miliardi di euro e l’arrivo di ben venti milioni di visitatori. Roba grossa insomma, un po’ come le Olimpiadi. Una di quelle chance che capitano, se va bene, una volta in un secolo. Ce la sapremo giocare? Oppure anche questa sarà l’ennesima occasione sprecata?

Studiando il masterplan e il sito dell’Expo ho potuto constatare che gli organizzatori, oltre a vantarsi di aver battuto la temibile Smirne, hanno effettivamente presentato un buon progetto. Certo poi dal 2008 all’anno scorso hanno un bel po’ cincischiato, con le solite beghe politiche e qualche conflitto d’interesse, ma poi la macchina si è messa in moto. Del resto, si sa, a noi italiani piace così. Dobbiamo vedere le fauci del coccodrillo prima di trovare l’adrenalina giusta. Sicché ora a Milano sembra che le cose marcino nella direzione corretta. Ma c’è questo vulnus della mancanza di una forte connotazione artistica dell’Expo che per me rimane grave e incomprensibile. Un’esposizione universale è per definizione «una mostra che, qualsiasi sia il suo titolo, ha come fine principale l’educazione del pubblico: può presentare i mezzi a disposizione dell’uomo per affrontare le necessità della civilizzazione, o dimostrare i progressi raggiunti in uno o più settori dello scibile umano, o mostrare le prospettive per il futuro». L’Italia è la patria della cultura, il paese che di più al mondo ha fatto dell’arte la propria cifra distintiva, che ha impiegato, dai romani in poi, la creatività e l’eccellenza come strumenti di sviluppo, affermazione e crescita. Questo siamo noi, questo il mondo ancora ci riconosce. Dunque perché non farne un segno distintivo dell’Expo 2015?

Certo sappiamo che il tema dell’esposizione è Nutrire il pianeta. Energia per la vita. Il che significa ambiente, sostenibilità, fonti alternative. Ma l’arte e la cultura sono strumenti fantastici per trattare qualsiasi argomento figuriamoci temi così, che già sono al centro di moltissime correnti artistiche di oggi. È per questo che stupisce constatare come sin da subito non si sia pensato di coinvolgere istituzioni come la Triennale o il Pac, oppure fondazioni private come quelli di Prada o Trussardi. Insomma l’Italia è un paese che culturalmente può realizzare un Expo memorabile. Basta volerlo. Siccome c’è ancora più di un anno per l’opening dell’esposizione, ci auguriamo che l’assenza del contemporaneo dai programmi sia soltanto una questione di tempo e che a breve sortiranno dai cassetti idee e progetti mirabolanti e che personaggi come Francesco Bonami, Massimiliano Gioni o Carolyn Christov-Bakargiev vengano presto chiamati a servire il paese. La mia, l’avrete capito, è una critica preventiva. Però, se si fa eccezione per la rassicurante presenza tra gli sponsor di Enel, una delle poche aziende italiane impegnate seriamente ed efficacemente nel contemporaneo, di artistico fino a oggi c’è poco e niente. Mi auguro dunque di essere smentito dai fatti. Ma siccome questo è il paese della Pompei che cade a pezzi e dei musei lasciati a marcire è meglio prevenire e tenere la guardia alta.

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