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L’Epifania nell’arte

Con l’Epifania del 6 gennaio si chiudono le festività natalizie e si ricorda la prima apparizione del neonato Gesù all’umanità con il suo messaggio di redenzione del mondo. I primi ad accorrere alla grotta di Betlemme, guidati da una stella cometa, furono i re Magi, che onorarono il pargolo portando in dono oro incenso e mirra. Il tema dell’adorazione dei Magi fu uno dei più frequenti nell’arte fiorentina del XV secolo, perché permetteva di inserire episodi secondari e personaggi aggiuntivi per celebrare il fasto dei committenti; ogni anno, in questa ricorrenza, si svolgeva un corteo per rievocare la cavalcata evangelica nelle strade cittadine. Ecco di seguito per i lettori di Insideart una carrellata di adorazione dei Magi secondo l’ispirazione di pittori famosi che affrontarono, ognuno a suo modo, questo soggetto sacro per antonomasia.

Leonardo

La tela di Leonardo da Vinci è agli Uffizi. fu commissionata dai monaci di san Donato a Scopeto, ma dopo lunghi studi preparatori restò incompiuta, tanto che i committenti ripiegarono chiedendo lo stesso soggetto a Filippo Lippi. Leonardo rivoluzionò l’iconografia tradizionale dell’Epifania sotto ogni punto di vista: la sua non è una visione generale è centrata in un istante fondamentale della vicenda: il bambinello è ritratto nell’atto di benedire gli astanti rivelando chiaramente la sua natura divina portatrice di rinascita, come l’etimologia della stessa parola Epifania vuole. Intensa è la reazione dei presenti alla grotta, colti nel loro turbamento e nella sorpresa, senza traccia della compostezza del corteo statico e adorante, immancabile in altri pittori. L’osservatore prova una forte bordata emotiva e un’intima sensazione di sacralità. Leonardo si rifece all’innovativa impostazione compositiva di Botticelli: la sacra Famiglia è al centro e i Magi in basso, come in una posizione gerarchica di deferenza. Il vertice dell’ ideale piramide è la Vergine, rivolta verso Gesù. La disposizione del corteo a semicerchio dietro alla Vergine è anticonformista, con uno spazio vuoto circolare, nell’ideale centro dello spazio, occupato da una roccia e un albero, tanto che sembra che il lieve movimento di Maria si propaghi per cerchi concentrici. Lo studio dei moti dell’animo e della dinamica delle reazioni corporee è a dir poco strabiliante. Inquietante, in lontananza, la zuffa tra uomini armati e disarcionati con cavalli che si impennano, a simboleggiare la follia di coloro che ancora non sono stati visitati dal salvifico messaggio cristiano. Le rocce svettanti abbozzate sono elemento tipico dei paesaggi leonardeschi.

Giotto

L’affresco di Giotto, datato 1305, fa parte del ciclo nella cappella degli Scrovegni di Padova, incentrato sul tema della Salvezza, la scena raffigura l’adorazione da parte dei Magi provenuti dall’Oriente con alcuni doni. L’elemento più interessante è la stella di Betlemme, raffigurata come brillante cometa, che secondo i Vangeli guidò i Re Magi fino alla grotta di Gesù appena nato. Giotto si ispirò non tanto agli studi storici, quanto al vivo ricordo di ciò che vide pochi anni prima, nel 1301, quando nella volta celeste transitò la cometa di Halley, una cometa cosiddetta periodica, osservabile dalla terra ogni 700 anni. Il pittore toscano era molto affascinato dal cielo notturno, e riprova ne è la stessa volta della cappella degli Scrovegni, cosparsa di 700 stelle dorate.

Masaccio

Masaccio scelse la tempera su tela e la sua Adorazione è una porzione del polittico di Pisa, oggi nei musei Statali di Berlino. La scena è rappresentata di profilo, secondo una consolidata consuetudine iconografica che solo Botticelli romperà. Gli aneddoti vogliono questa Adorazione nata in competizione con la osannata adorazione dei Magi del rivale Gentile da Fabriano. Come risulta dall’abbigliamento dell’epoca i due signori dietro i Magi sono forse i due committenti, il notaio ser Giuliano di Collino e, sopra una montagnola, suo nipote. Nella tessitura del quadro si alternano tratti morbidi e sfumati, come quelli del paesaggio, con altri nitidi e incisivi, come nei mantelli. Comunque il bagno di luce e una gran varietà di colori rende la rappresentazione unitaria ed equilibrata.

Botticelli

L’adorazione dei Magi di Sandro Botticelli è ambientata tra le rovine di un tempio classico, è lineare e decorativa, e rinuncia alla tradizionale umile stalla. La ricollocazione enfatizza la Clemenza. La cristianità sorta tra le rovine del paganesimo suggerisce la continuità tra filosofia antica e cristiana, l’affetto religioso è messo in rilievo, ogni figura è espressione di pietà, la posizione delle mani dei personaggi e dei loro passi rivelano emozione, venerazione e contemplazione del mistero divino davanti a cui si trovano. I re Magi hanno i tratti somatici di illustri personalità dell’epoca botticelliana: Cosimo dei Medici è inginocchiato davanti alla Vergine, suo figlio Piero ha il mantello rosso ed è al centro, suo fratello Giovanni, fratello di Piero, gli sta accanto: ecco i Magi visti da Botticelli nell’Adorazione in un dipinto a tempera del 1475.

Perugino

Alla fine del suo apprendistato, nel 1476, Perugino ricevette la prima commissione di prestigio: una adorazione dei Magi per la chiesa di santa Maria dei Servi a Perugia. L’impostazione è tradizionale: una capanna con bue e asinello; un corteo di visitatori che avanza in orizzontale; la Madonna con in braccio il bambin Gesù che benedice i presenti; san Giuseppe, più indietro, con il bastone; rocce e colline da sfondo; i tre re Magi; una folla di personaggi giunti a ricevere la buona novella della Natività, tra cui anche dei signori che indossano turbanti dell’epoca del Perugino, ed eleganti giovanetti biondi, tutti elementi che torneranno nell’iconografia dell’autore. Da numerose citazioni è evidente l’omaggio al Maestro Verrocchio, nonché uno stile ancora tardo gotico, ma anche le suggestioni da Piero della Francesca nella perfetta fusione tra i personaggi e l’ambiente in cui sono calati.

Velazquez

Il pittore spagnolo d’età barocca creò il dipinto a olio dell’adorazione dei Magi nel 1619, mentre si trovava a Siviglia, nel primo periodo della sua produzione artistica. Al tempo realizzò anche altri soggetti sacri, come Gesù e i pellegrini di Emmaus, in cui iniziava a trasparire un vivido e meticoloso realismo. Il quadro è conservato al Prado di Madrid e si pensa che dietro questo soggetto sacro sia in realtà rappresentato un autoritratto di famiglia, in cui il Bambin Gesù rappresenterebbe la figlia Francisca, la Vergine sua moglie Juana, Melchiorre sarebbe Pacheco, il maestro sivigliano di pittura da cui l’artista fece apprendistato, Gasparre sarebbe lo stesso Velazquez e Baldassarre un domestico.

Gentile Da Fabriano

Il dipinto a tempera e olio di Gentile da Fabriano fu realizzato nel 1403 su commissione degli Strozzi per la chiesa di santa Trinita, che stava ultimando Lorenzo Ghiberti , e fu pagato ben 150 fiorini d’oro. La pala rispecchia più lo stile internazionale che la moderna avanguardia rinascimentale che si stava affermando a Firenze. La rappresentazione è evidentemente celebrativa, ricca di dettagli naturalistici e di costume che richiedono grande mobilità nello sguardo dell’osservatore. La realizzazione di un quadro simile esige gran perizia, per lo sfarzo a profusione nelle vesti , con applicazioni in oro, le rifiniture sopraffine nei cani da caccia, nei cavalli, o nelle corone, con metalli applicati in foglie finissime, poi incise a mano libera. L’effetto finale è di grande luminosità, che immerge la vicenda dell’Adorazione in un’atmosfera giubilante e quasi fiabesca.

 

 

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