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Capodanno a Parigi

Chi  trascorre le festività a Parigi ha solo l’imbarazzo della scelta se vuole  dilettarsi con le arti, perché la capitale francese, come è nel suo stile e nella sua storia, offre ogni tipo di intrattenimento, evento musicale, mostra e manifestazione. Ecco per i lettori di Inside Art una selezione di opportunità nei giorni intorno a Capodanno, per una vacanza da sogno nella Ville lumière che soddisfi tutti i gusti.

Alla Galleria d’arte dell’Orangerie, sede del ciclo di tele Le ninfee di Claude Monet, con Frida Kahlo e Diego Rivera. L’art en fusion si ripercorre l’appassionata storia di arte e d’amore tra la pittrice messicana Frida Kahlo,  e il marito Diego Rivera, celebre muralista. Fu proprio  quest’ultimo la guida di Frida, lanciandola nell’empireo della cultura e  sposandola ben due volte. Nel corso della doppia esposizione il visitatore entra nell’intimo del legame viscerale tra i due pittori, diversi e complementari, che li portò  a varcare i più esclusivi scenari artistici del Primo Novecento. Tra alti e bassi, tradimenti e riconciliazioni, girarono il mondo, dagli Stati Uniti, dove Rivera affrescò il muro del Rockfeller Center di New York, a Parigi, che suggellò il controverso incontro con gli esponenti del Surrealismo e l’animata temperie intellettuale francese. La poetica  di Frida, ossessionata dal tema del corpo femminile nella sua fragilità,  segnata da  una malattia congenita  e da un grave incidente, si esprime attraverso autoritratti iconici, in cui emerge il senso di  isolamento ma anche uno spirito indomito. Predilige quadri di piccolo formato, in cui spesso confluiscono elementi del folclore messicano  e della filosofia orientale, che rivelano le sue potenti intuizioni politiche sull’identità nazionale e la condizione dei poveri: temi forti che ebbe in comune con Rivera. La coppia visse in due case separate ma collegate da un ponte, per salvaguardare ciascuno il proprio spazio artistico. Il loro amore struggente fu molto chiacchierato. Frida ne lascia testimonianza  nella sua autobiografia, le cui ultime parole restano scolpite nei lettori: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

Le opere d’arte non nascono da un processo creativo astratto e immaginario, anzi l’ispirazione coglie un pittore proprio quando si trova immerso in un certo ambiente, esposto alle sue mille sollecitazioni. Questo è l’assunto di Destination impressionisme 2013-2014, l’evento che si svolge contemporaneamente a Parigi, nell’Ile de France e in Normandia, per ricondurre i grandi capolavori dell’Impressionismo ai luoghi in cui furono pensati e realizzati. Un viaggio suggestivo nelle opere di Monet, Cezanne, Manet, Sisley, Renoir, Pisarro e Van Gogh, a ritroso fino al primo istante creativo di tanti capolavori pittorici. Il percorso si compone di mostre, fiere, passeggiate tematiche e festival, che rievocano le atmosfere di un periodo glorioso della pittura,  in cui i quadri erano fotografie a mano libera, e scorci sul mondo nell’istante irripetibile in cui la luce mutevole lo illuminava. Info su luoghi e tempi del percorso sull’impressionismo : www.nouveau-paris-ile-de-france.fr

Al Gran Palais, fino al 6 gennaio, torna una retrospettiva su Georges Braque, organizzata dalla Reunion des musées nationaux. Quest’anno si celebra il cinquantenario della morte del  pittore francese che, con una formazione di decoratore e gli studi all’accademia di Belle arti a Parigi, seguì lo stile fauvista, ma dopo l’incontro memorabile con Picasso elaborò insieme a lui i principi della pittura cubista, rompendo ogni schema accademico. Una monografica su Braque mancava in Francia da 40 anni,  dopo la grande mostra del 1973 all’Orangerie. Sono esposte 220 opere, che coprono ogni fase creativa dell’artista, dagli esempi fauves, i collage,  agli “Ateliers”, fino agli “Uccelli neri” degli ultimi anni. La mostra considera anche Braque nella veste di illustratore, come attestano le illustrazioni ai capolavori dell’antichità, tra cui la Teogonia di Esiodo o le Canéphores maestose. Una sala è destinata a un prestito del museo di Caracas, i Biliardi, opera del 1949. Seguendo un ordine cronologico gli ultimi quadri esposti sono gli Uccelli bianchi che spiegano le ali per volare diventando neri, cupo presagio di morte. L’ultima tela di Braque è un paesaggio, una grande trebbiatrice nera in un campo giallo: “Cerco di trarre la mia opera dal limo della terra”, disse prima di morire.

L’angelo del bizzarro. Il romanticismo nero da Goya a Max Ernst è la mostra al Musée d’Orsay fino al 23 giugno, dedicata al lato oscuro del romanticismo. Il nome dell’esposizione  è un omaggio all’omonimo breve  racconto satirico di Edgar Allan Poe: protagonista è un genietto permaloso e vendicativo che presiede a tutti gli incidenti bizzarri della vita. Tra gli artisti esposti, spiriti sopraffini e sensibili al mondo dell’irrazionale, campeggia Goya, che coi suoi Capricci drammatizza nelle immagini la brutalità senza senso delle ore più buie della storia di Spagna. Friedrich trova sfogo a questo stato d’animo dipingendo malinconici cimiteri. Si ammirano poi  opere  popolate di fantasie evocate dall’inconscio di Max Ernst: pittore, scultore, litografo,  aveva come spiriti amici Breton, Dalì e De Chirico, creatore del movimento Automatismo del surrealismo, appassionato di psichiatria e filosofia, e poi fondatore del movimento nichilista Dada, fu sempre spinto dal gusto di sperimentare nuove tecniche, come  il collage, la decalcomania o il frottage. Scorrere lo sguardo in questa esposizione fa riaffiorare  un mondo angosciante e sommerso nell’inconscio di ognuno di noi. Il romanticismo nero è  fatto di incubi, visioni macabre o raccapriccianti, ma è anche una delle categorie psicanalitiche teorizzate da Freud, il cosiddetto “perturbamento”,  parte del nostro vissuto intimo che ci influenza ma che nascondiamo a noi stessi. «Credete ai fantasmi?» «No, ma mi fanno paura», rispose Madame Du Deffande allo scrittore Horace Walpole, autore del Castello di Otranto, considerato la prima opera di questo tetro filone romantico. La creatività è forse la sola soluzione per esorcizzare il sotterraneo universo di paure e immagini mostruose, prodotto del “sonno della ragione”. La sola arma per gli artisti e per noi visitatori che, mentre vaghiamo osservando i quadri al Musée d’Orsay, siamo forse percorsi da un brivido inconfessabile.

Con un salto nel passato sono appagati  anche gli amanti dell’archeologia: basta andare al museo Maillol per fare un incontro ravvicinato con Gli Etruschi. Un inno alla vita. La loro civiltà, dalla lingua indecifrabile e avvolta nel mistero, si riscopre attraverso il filo rosso architettonico, con reperti e ricostruzioni  delle principali città che furono culla della loro straordinaria cultura, ossia  Veio, Tarquinia, Cerveteri e Orvieto. La novità senza precedenti  della mostra è la prospettiva con cui si inquadra questo geniale popolo che abitò la penisola italica a partire dall’VIII sec. a. C. per essere inglobata dalla civiltà romana nel I  sec. a. C. L’idea che abbiamo degli Etruschi è generalmente tratta dal mondo funerario, svelato in tutta la sua complessità grazie a mirabili tombe nelle necropoli, rinvenute soprattutto nel XIX secolo. Stavolta invece a Parigi gli Etruschi si mostrano nella più terrena quotidianità, come un popolo felice e sereno. Grazie a 250 opere provenienti da prestigiose istituzioni italiane e di altri paesi europei si conosce la loro religione, i divertimenti, il commercio, la scrittura, le armi, le varie tecniche di pittura, la scultura e i prodotti di artigianato in oro, bronzo o ceramica.

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