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New York, New York

Tantissimi i buoni motivi per essere a New York durante le feste natalizie, dalle piste di pattinaggio sul ghiaccio di Central park e Rockefeller Center, alle vetrine animate di Macy’s, dall’atmosfera piena di luci e addobbi fiabeschi, alla programmazione dell’opera e dei teatri, ai saldi anticipati, ai Christmas pie, fino all’attesa della palla luminosa che il 31 dicembre cala su Times square per inaugurare il nuovo anno. Ma un motivo in particolare, che sia il millesimo o forse il primo, per essere a New York in questo periodo, è la ricchezza della programmazione artistica; un’offerta infinita capitanata dalla eccezionale collezione permanente del Moma, dove fino al 12 gennaio, sarà visitabile anche la mostra temporanea Magritte: The mystery of the ordinary, 1926-1938, un’immancabile retrospettiva che raccoglie le opere meno note e più surrealiste di René Magritte. D’obbligo anche un passaggio al Whitney museum of american art, dove, oltre alla sempreverde collezione di opere di Hopper, fino al 5 gennaio sarà visitabile la mostra Beyond love di Robert Indiana, artista simbolo di un pop celebrativo e nazionalista. La visita al Whitney non può essere scissa da un passaggio nelle due sedi della Galleria Gagosian che si trovano di fronte al museo (Madison 980, 5th flr. E Madison 976) dove in una, è ospitata un’esposizione di De kooning e di Eggleston, mentre nello spazio su strada, un’inedita raccolta di studi dell’ultimo Balthus, last studies, che mostra una sequenza di 155 inquietanti scatti polaroid della sua giovanissima modella-bambina. Da vedere, più a sud di Manatthan, la collezione ultra contemporanea raccolta nella nuova sede del New museum of contemporary art sulla Bowery, la cui architettura firmata da Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa è sovrastata da una barca a vela in essa incastonata.

Ma al di là delle allettanti proposte dai grandi musei, per i veri appassionati di arte contemporanea un’esperienza da non perdere è una lunga passeggiata nel Chelsea art district. Tra la decima e l’undicesima strada si susseguono quattordici traverse (dalla W 25th st alla W 19th st), ciascuna costellata da immense gallerie d’arte insediatesi in ex magazzini industriali e ex depositi portuali. Percorrendo entrambi i lati di ciascuna traversa, facendo su e giù come fossero le “vasche” di una piscina, si avrà la sensazione di immergersi un immenso museo a cielo all’aperto, con opere eterogenee fra loro, ma dalla portata fortemente modernista. L’insieme ravvicinato di realtà galleristiche diverse, costituisce l’aspetto più innovativo e dinamico dello scenario contemporaneo newyorkese. Ci si muove tra numerosissime rassegne, retrospettive e nuove proposte, esibite attraverso installazioni, progetti site specific e performance. Senza alcuna formalità si entra e si esce da ciascuna galleria, il più delle volte senza ricevere nemmeno un buongiorno o un saluto; di norma quando ci si imbatte in una galleria dedita alla vendita arriva sempre qualcuno per raccontare la storia delle opere in mostra (e per dare una panoramica sui prezzi di mercato), quando invece, ed il più delle volte così accade, la galleria ha finalità puramente installative, coloro che lavorano in galleria alzano a stento la testa dai computer, e alla prima domanda indicano il press release , come fosse la risposta a tutti i dubbi.

Da dove cominciare? Posto che meritano tutte, e che la visita di ciascuna consente sempre una riflessione inaspettata, da non perdere in questi giorni è la monumentale Today Diggers, Tomorrow Dickens, del francese Cyprien Gaillard alla Gladstone gallery, la cui ispirazione trae spunto da una serie di slogan trovati sui muri in costruzione di Beverly Hills. L’artista lascia che tutta la galleria sia invasa da macchine scavatrici, lavate, private dei loro motori e inserite fuori dal proprio contesto abituale. Le protagoniste della distruzione, assumono per Gaillard una nuova funzione, forse persino costruttiva, quale quella di esser parte di un’opera d’arte. Quanta familiarità per i romani che visiteranno la mostra fotografica di Candida Hofer alla galleria Sonnabend, dove enormi scatti degli interni di Palazzo Borghese e della villa, fanno comprendere quanto gli americani siano disposti a pagare pur di avere in casa un frammento di Europa.. Provocatoria, seppur dal gusto ammiccante e pop, la serie di pitture della californiana Kelly Reemtsen presentata alla De Buck Gallery, impossibile non rimanere colpiti dalla vetrina stracolma di coloratissime pills in stile Hirst. Le opere presentano eleganti donne, dalle colorazioni pastello, ciascuna “armata” di quegli oggetti che ossessionano la vita quotidiana anche delle più glamour: aspirapolvere, tagliaerba, guanti di lattice. Poco distante alla James Cohan Gallery, una proposta fuori dal comune, la serie pittorica dell’artista newyorkese Alison Elizabeth Taylor, Surface tension, i cui lavori sono caratterizzati dalla presenza di tronchi d’albero interamente realizzati da meticolosi collage di frammenti di legno diversi. Come un’abile ebanista la Taylor ricostruisce alberi dalle preziose cortecce, il cui legno proviene da rami di tutto il mondo. Meno interessanti gli sfondi pittorici che fanno da cornice alle strutture vegetali. Alla Tanya Bonakdar Gallery, i disegni e le sculture di Sandra Cinto, fanno da cornice ad un esperienza totalizzante nel Piece of silence, una stanza ricoperta di pentagrammi musicali dalle cui pareti fuoriescono dei violini, anch’essi imbiancati, ricoperti da leggeri disegni ritmici. La Cinto condensa le possibili vibrazioni delle onde sonore facendo dei disegni muti su violini, a loro volta privati della loro armonia e musicalità. Passando a spazi più incentrati sulla fotografia e sulla video arte si segnala l’esposizione di Isaac Julien, Playtime alla Metro Pictures e le impressionanti realizzazioni di Simen Johan alla Yossi Milo gallery. Del tutto fuori dal comune alla galleria Leila Heller, il video dell’iraniana Shoja Azari, From the king of black, realizzato attraverso più tecniche d’animazione, ben armonizza pittura e stop motion; il racconto fa da morale ad alcune scelte dissolute dell’uomo islamico, lasciando sullo sfondo una cinica vendetta tutta al femminile. Un plauso a parte per la gigante installazione di Richard Serra presso la Gagosian di Chelsea, monumentale e totalizzante, infine, volendo segnalare l’installazione più suggestiva, la Galerie Le long, propone l’artista Jaume Pensa, che ha presentato una complessa riflessione sull’intercomunicabilità tra popoli, dal titolo Talking Continents. Leggere strutture in metallo traforato, costituite da parole in più lingue, restano sospese come satelliti privi di destinazione, nella penombra della galleria. Le parole incise nel metallo vengono proiettate sul pavimento, che diviene una sorta di indecifrabile libro aperto, pronto a far comprendere i segreti di talune scelte comunicative come una grande Sibilla contemporanea.

Il giro culturale per Chelsea può concludersi in due modi, o con un tuffo nelle specialità gastronomiche del Chelsea market, mercato all’interno del quale sono presenti oltre 30 tipi di ristorazioni differenti e ogni genere alimentare proveniente da tutto il mondo, o con una passeggiata ecologica sulla High line eleveted park, antica linea ferroviaria sovrastante le 14 traverse del distretto delle gallerie, il tutto canticchiando I want to be a part of it, NY, NY.

 

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