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Non basta ricordare

Non basta ricordare. Questo titolo della prima mostra curata dal nuovo direttore artistico del Maxxi Hou Hanru. Un monito, più che un titolo, che la dice lunga sull’approccio e la politica culturale, nonché sulle scelte che segneranno il prossimo anno di vita del museo. L’allestimento è immenso, oltre 200 opere esposte, complessa la scelta di una, tra le infinite vie interpretative percorribili fisicamente e mentalmente. Ma forse era proprio questo l’obiettivo, ridare vita e respiro alla collezione Maxxi, sepolta e dimenticata sotto i 3.000 metri quadri di area espositiva. Una riemersione dai depositi di grandi nomi, grandi opere, provocazioni, dinamismo e staticità, che provoca talvolta sorpresa, nello scoprire lavori minori di artisti noti, talvolta familiarità, nel ritrovare grandi opere spesso conosciute solo sui libri. «Non basta ricordare sottolinea la necessità di adottare una visione più ampia e un approccio più dinamico per sviluppare e comunicare la collezione del museo – dice Hanru – dunque non solo conservare ed esporre eccellenti opere d’arte contemporanea, ma anche attivare un processo vivo in cui la memoria della storia venga continuamente ricostruita per dare all’opera nuova vitalità, per continuare a produrre significati che ispirino la comprensione del presente». Decisamente apprezzabile la scelta di esporre insieme arte e architettura, con il proposito di mettere in dialogo e far interagire entrambe le discipline, cosa che in passato non era mai stata fatta, ove il più delle volte l’architettura è stata lasciata nei piani bassi e l’arte esiliata negli alti; quando invece già il solo nome del Maxxi, Museo delle arti del XXI secolo, suggeriva una pluralità di arti, a lungo confinata nell’assolutismo di univoca interpretazione del contemporaneo. Uno degli scopi del progetto è proprio quello di rovesciare la suddetta impostazione, consentendo una riscoperta dell’arte e delle arti.

La moltitudine di lavori esposti, suggerisce problemi e spunti di riflessione riguardanti tanto l’ambiente, dal modo di vivere la città e lo spazio pubblico, all’inquinamento del pianeta, quanto la storia politica e il sociale. Ma quello che si percepisce come il cuore del percorso espositivo è un discorso sull’uomo, corpo e anima, sentimenti, violenza, perversione, paure e spiritualità. Volendo citare solo alcuni dei tanti artisti esposti, nell’infinità di percorsi che ci sarà tempo per approfondire, dal momento che la mostra resterà fino a settembre 2014, si segnala la potente e attuale Cell (2004) di Alfredo Jaar, crudele rilettura del concetto di cultura, affiancata dalle serigrafie dedicate a Gramsci e all’opera Twenty Years dedicata a quei lunghi vent’anni, quattro mesi e cinque giorni, che il grande intellettuale passò in cella. Suggestiva anche la stanza dell’assurdo di Ilya ed Emilia kabakov, dove come nel mondo di Alice nel paese delle meraviglie, l’arte classica scontra la contemporanea in uno spazio stratificato in cui ci si sente semplicemente fuori posto, e ci si chiede Where is our place? (2003); anche il Carousel (2000) di Tony Oursler, fa sognare risvegliando memorie e ricordi legati all’infanzia più remota, immagini avvinghiate a un disco circolare di legno abilmente animato. Imponente, ma al tempo stesso eccessivamente didascalica, la Cappella Pasolini di Adrian Paci, nella sua reinterpretazione del Vangelo secondo Matteo; ancora un Michelangelo Pistoletto dei tempi degli Oggetti in meno, illumina la stanza con la Tenda di lampadine del 1967. Aldo Rossi, in un’area teoricamente dedicata al suo genio, viene sacrificato in una soffocante parete, che non gli rende onore, al contrario volano sulle immense pareti di cemento del Museo le figure di Kara Walker, in ricordo degli orrori di quella schiavitù prima della proclamazione della libertà di Lincoln nel 1963; così le figure stilizzate rigorosamente nere della Walker ironizzano a una Emantipation approximation, invece che alla storica proclamation. Di grande impatto diverse installazioni, da quella drammatica di Doris Salcedo evocante la violenza in Colombia, suo paese d’origine, alla più dissacrante Climbing, stanza sospesa sopra un bocchettone di ventilazione della metropolitana divenuto lampadario, di Vedovamazzei. Il percorso e lungo e le interconnessioni tra opere saranno un buon pasto per critici e appassionati, in tal senso una cosa è certa, non solo il monito di Hanru invita a non dimenticare, ma l’allestimento riapre dialoghi e discussioni. Info: www.fondazionemaxxi.it

 

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