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Territori instabili

La mostra Territori instabili. Confini e identità nell’arte contemporanea, a cura di Walter Guadagnini e Franziska Nori, propone opere di dieci artisti internazionali e affronta il tema centrale del territorio sottoponendolo a varie interpretazioni e riscoprendone sfaccettature nascoste o dimenticate. Kader Attia, Zanny Begg & Oliver Ressler, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, Paolo Cirio, Tadashi Kawamata, Sigalit Landau, Richard Mosse, Paulo Nazareth, Jo Ractliffe, The Cool Couple riflettono sull’evoluzione del concetto di territorio, perseguendo un itinerario di pensiero e di ricerca che attraversa tempi, spazi e identità. Si alternano e contrappongono comunità e individui caratterizzati e caratterizzanti i propri luoghi dia ppartenenza, vecchi e nuovi sentimenti nazionalistici, diverse percezioni dell’idea di nazione e confine, al contempo territoriale e culturale. Il mondo contemporaneo sembra aver superato molti di questi concetti, ma non è un percorso da affrontare un superficialità e leggerezza: la flessibilità in cui oggi viviamo rischia di alienarci e confondere la libertà della mobilità con la deprivazione delle nostre stesse radici identitarie. Un viaggio in profondità, quindi, che sfida ognuno di noi sul piano più privato e più globale al medesimo tempo. Quel che siamo è riflesso, anche, dal luogo a cui apparteniamo. Un luogo non luogo, ormai sempre di più, che però continua a definirci e ri-definirci. Il termine confine non ha più senso proprio mè motivo di essere: la facilità di spostamento di dati, beni e persone, insieme alla sempre più invadente digitalizzazione dei mezzi di comunicazione e conoscenza, stanno trasformando il sentiment globale legato ai territori, rendendoli sempre più immateriali, aleatori, astratti.terr

Un mondo che fluttua verso l’instabilità identitaria identità e collettiva da un lato, mentre dall’altro ci rende tutti parte di un immenso universo complesso e omnicomprensivo. Da una parte il rifugio nella sicurezza e nella vicinanza micro-territoriale, regionale, o addirittura familiare, dall’altra, come teorizzato dal sociologo Ulrich Beck, un nuovo concetto di cosmopolitismo nella sua accezione più democratica ed egualitaria. Tra appartenenza territoriale, dimenzione psicologica e contesto socio-culturale, la mostra si snoda attraverso un vasto panorama di attitudini, modi di vivere e pensare il rapporto instabile tra identità, territorio e confine in un’era di grandi aspettative (e illusioni) su una borderless society, una società senza confini, un territorio globale condiviso. Sigalit Landau (Israele, 1969) e Paulo Nazareth (Brasile, 1977) pongono al centro della loro ricerca il proprio corpo e la sua relazione con territori, confini e limiti tra incontri paradossali e azioni performative. Kader Attia (Francia, 1970) esplora, con una selezione di sue recenti opere che portano i visitatori a muoversi in percorsi di frammenti di specchi infranti e ricuciti, le contraddizioni e le complessità del rapporto tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, in una ricerca pluriennale fatta di opere che permettono una riflessione sull’idea di riappropriazione culturale e identitaria. Tadashi Kawamata (Giappone, 1953) realizza una installazione site specific articolata in più punti di palazzo Strozzi – evidenziando la contrapposizione/compenetrazione di luoghi e architetture diverse – e una per gli spazi interni del CCC Strozzina, costituita da porte e finestre in disuso ritrovate nei depositi del palazzo.

Presentato in mostra il video The Right of Passage di Oliver Ressler (Austria, 1970) e Zanny Begg (Australia, 1972) che, tramite interviste, affrontano il tema dei diritti di cittadinanza e dell’identità nazionale, con focus sullo strumento giuridico principale del movimento e della permanenza in un territorio: il passaporto. Paolo Cirio (Italia, 1979) presenta il progetto Loophole for all (“Scorciatoia per tutti”) che unisce hacking digitale e azione artistica, facendo emergere le contraddizioni della globalizzazione finanziaria, basata sul superamento (o aggiramento) del concetto di nazione a livello giuridico ed economico. Adam Broomberg e Oliver Chanarin (Sud Africa, 1970; Regno Unito, 1971) presentano un nuovo sviluppo del progetto Chicago, un’installazione video e fotografica di un non-luogo, un territorio reale e irreale allo stesso tempo come la finta cittadina araba Chicago, costruita nel deserto di Negev in Palestina dall’esercito israeliano per poter creare simulazioni ed esercitazioni di azioni di guerra e di controllo della popolazione araba. Sulla scia di una riflessione sullo statuto della fotografia come documento di territori contraddittori, si pongono anche le opere in mostra di Jo Ractliffe (Sud Africa, 1961) e The Cool Couple (Niccolò Benetton e Simone Santilli, Italia, 1986 e 1987). Altra riflessione sul ruolo dell’immagine nel rapporto con un territorio segnato dalla guerra è quella di Richard Mosse (Irlanda, 1980) che propone la videoinstallazione a sei canali The Enclave, risultato del suo lungo lavoro nel Congo orientale e recentemente presentata nel Padiglione irlandese della Biennale di Venezia.

Fino al 19 gennaio 2014 al Centro di cultura contemporanea Strozzina a palazzo Strozzi, Firenze – Info: www.palazzostrozzi.org

 

 

 

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