Trouvé alla Gagosian

Roma

L’opera di Tatiana Trouvé, artista nota nello scenario artistico internazionale (tra i principali luoghi di esposizione si annovera il centre Georges Pompidou, il Palais de Tokyo, il musée d’Art moderne de la Ville; la Kunsthaus di Graz; e il Kunstverein di Amburgo), dirompe negli spazi della galleria Gagosian per la sua prima personale romana. Grandi disegni alle pareti e una serie di imponenti sculture isolate divengono gli estremi per la ricomposizione di una dimensione parallela, quella in cui l’artista riassembla realtà e immaginazione: «Le architetture e gli spazi presenti nei miei disegni – spiega Trouvé – non sono del tutto reali, ma rappresentano la somma di luoghi e strutture che ho memorizzato e poi rielaborato nei miei disegni; gli spunti sicuramente derivano da spazi conosciuti». Nata a Cosenza da padre francese e madre italiana, Tatiana Trouvé vive e lavora a Parigi; da tempo la sua ricerca è incentrata sul concetto di memoria degli oggetti e dei luoghi, una variabile in grado di alterare la realtà: «Ciò che è dimenticato  – dice – è insito in una forza creatrice».

Con I cento titoli in 36 524 giorni l’artista rende il tempo protagonista e assistente della sua opera, il titolo che enumera i giorni di un secolo rappresenta una sorta di testamento spirituale per l’installazione della Trouvé. Dalle due valige sigillate in bronzo, metafora a contrario di quella che dovrebbe essere la reale condizione di un bagaglio, si dipana un cavo di rame da cui pendono 99 etichette, ciascuna delle quali riporta un titolo, per i prossimi 50 anni: «Anche quando non ci sarò più – sottolinea l’artista – chiunque detenga l’opera dovrà di anno in anno aggiungere un’etichetta con un titolo nell’ordine della lista lasciata dalla Trouvé all’acquirente. In questo modo questi due bagagli continuano a viaggiare, non più fisicamente, ma nello spazio e nel tempo; le mie opere – racconta – cercano di dare nuovi strumenti per leggere tali variabili». Nella complessa delineazione di confini tra il fisico e il mentale, dove tempo, spazio, memoria e forma convergono, i lavori esposti si esprimono con forte impronta architettonica, seppur, come specifica l’artista, sia «La prima volta che non concepisco un allestimento site specific; per questo luogo, infatti, volevo che le opere fossero loro stesse, indipendenti. Per quanto riguarda le sculture, magari anche in legame fra loro, ma non necessariamente con lo spazio circostante; l’unica opera che è pienamente consapevole di esser qui, è Il guardiano, una sedia vuota in bronzo rivolta verso la grande sala, presenza passiva di una vigile assenza. Tuttavia – rivela l’artista – Il guardiano è deputato al controllo dell’opera nascosta alle sue spalle, assorbita nel muro, non visibile ma percettibile».

La Trouvé dipinge e crea interni svuotati che riecheggiano situazioni pregresse, malinconie familiari, alludendo a ipotesi trasformative, tanto costruttive quanto decostruttive, della realtà. I disegni in grafite condensano più temporalità, l’artista rende visibile quello che la sua mente fa affiorare dalle macchie provocate dalla varechina sulla carta nera: «È come un rito sciamanico per me – dice – come per chi legge i fondi del caffè o i segni in terra, io porto alla luce immagini che intercetto nelle slavature, forse appartenenti ad altre epoche». I tempi doppi inscena nel cuore della sala, una nuova scultura di una serie cara all’artista, realizzata in rame e bronzo dipinto. L’opera disegna curve e linee nello spazio, lasciando all’estremità della linea due lampadine, una illuminata e l’altra spenta. «Per me il razionale e l’irrazionale, la mente e i sensi sono sempre connessi. Mi piace lasciarli scivolare l’uno nell’altro – ammette l’artista – e che siano complementari piuttosto che opposti». Nell’ultima sala, molto vicine fra loro, quasi a dare un senso di compressione ulteriore, le opere della serie Refoldings, realizzate in bronzo, cemento e cera, da originali in cartone e altri materiali dimessi; i blocchi di materia pietrificata si caricano di monumentalità senza perdere un naturale effetto di plasticità della materia. Le foto delle opere sono di Laurent Edeline, tranne il ritratto di Tatiana Trouvé, di J. B. Mondino. La foto Installation view è di Matteo D’Eletto (cortesia dell’artista e Gagosian gallery).

Fino al 4 gennaio. Info: Galleria Gagosian, via Francesco Crispi 16, Roma, tel. 06 42086498. www.gagosian.com