Le novità al cinema

Settimana segnata dal cinema francese con Il passato (Le passé) di Asghar Farhadi e In solitario (En solitaire) per la regia di Christophe Offenstein, due profili accomunati da sentimenti e rapporti interpersonali che però si spostano in diverse direzioni. Nel primo si racconta la storia di Ahmad, Interpretato da Ali Mosaffa, che torna a Parigi dopo alcuni anni per incontrare la moglie Maria (Bérénice Bejo) e ufficializzare il loro divorzio. Il passato riaffiorerà quando Ahmad scoprirà il perché del rapporto conflittuale tra la sua futura ex moglie e la loro figlia Lucia (Pauline Burlet).  Presentato in concorso a Cannes nel 2013 nel quale Bérénice Bejo si è aggiudicata il premio per la migliore interpretazione femminile, il film di Farhadi rappresenta la lacerazione di un rapporto apparentemente finito, una contraddizione al concetto abbastanza diffuso di poter accantonare con improbabile facilità il bagaglio di un vissuto che ci accompagna. Al passato ciascuno di noi può dare libera interpretazione per porre uno sguardo più costruttivo verso il futuro ma è un qualcosa che resta parte di noi come strumento di primaria importanza per riuscire a dare un senso migliore alle nostre vite. Come nel film il passato può tornare di tanto in tanto a riaprire vecchie ferite o magari situazioni lasciate in sospeso, resta comunque un compagno di viaggio che delinea, per quanto possibile, gli accadimenti che si susseguono nelle nostre vite. Nel secondo profilo Offenstein presenta un François Cluzet (già visto nella famosa pellicola del 2011 Quasi amici) diverso da quello al quale eravamo abituati. Lo skipper Yann Kermadec riesce a realizzare il proprio desiderio quando  viene chiamato a concorrere per il Vendée Globe; regata in solitaria per barche a vela attorno al mondo. L’ambizione sfrenata di vincere sarà in qualche modo interrotta da un inaspettato giovane passeggero scoperto a bordo. Basato fondamentalmente sulle capacità recitative di Cluzet In solitario è un’escursione nell’interiorità del protagonista, nella quale vengono rappresentati senza troppi ornamenti il rapporto con la natura e quello con gli altri, di quanto sia possibile resistere da soli e di come sia fondamentale il confronto e il sostegno umano.

Di produzione italiana è invece Il terzo tempo di Enrico Maria Artale; un film sul rugby attraverso il racconto di Samuel (Lorenzo Richelmy), giovane senza famiglia che dopo piccoli reati viene assegnato all’assistente sociale Vincenzo, interpretato da Stefano Cassetti, con lo scopo di seguire un programma di riabilitazione. Nel rugby Il terzo tempo indica la riunione a fine partita di entrambe le squadre per festeggiare insieme e il lungometraggio di Artale usa questo tempo per scandire il nuovo inizio esistenziale di Samuel, spezzando un grande nodo di solitudine grazie alla complicità di uno sport dai molteplici aspetti. Un progetto di cinema popolare dal taglio autorale che risulta una dedica d’amore nei confronti di una disciplina che anziché dividere riesce ad unire. Dall’Italia alla Cina per un’opera in totale contrapposizione; Il tocco del peccato (Tian Zhu Ding), opera cruda di Jia Zhang-Ke la cui sceneggiatura è stata premiata all’ultimo festival Di Cannes. Il regista dirige con maestria quattro episodi composti rispettivamente da quattro storie diverse: il minatore Dahai non essendo ascoltato dopo le sue denunzie di corruzione prrende iniziativa facendo giustizia da sé, un migrante tornato al paese sfoga la sua rabbia con un’ arma da fuoco, la receptionist di una sauna reagisce in maniera esasperata all’aggressione di un cliente, un giovane cambia lavoro continuamente nella speranza di migliorare la propria situazione occupazionale. Interpretato da Meng Li, Wu Jiang, Jia-yi Zhang e Lanshan Luo, il film pone uno sguardo critico verso un Paese in forte espansione economica attraverso una tale velocità da lasciare strascichi  sociali  di forte drammaticità e mostrando  con impassibile rigidità lo squarcio di un quadro sociale dove decisiva è la perdita  d’identità. Un atto colpevolistico volto a rappresentare una collettività retta instabilmente da forti dislivelli economici nella quale la violenza pare l’unica soluzione ad un caos che apparentemente passa in sordina.

Ma il cinema non è solo quello inedito che esce nelle sale, alcuni capolavori del passato affascinano ancora gli spettatori di oggi. Per tutti gli appassionati dell’home video la Universal distribuirà sul mercato l’edizione digibook edita in blu ray del capolavoro di Billy Wilder. Sunset Boulevard, questo il titolo originale, resta in modo atemporale una pietra miliare del grande schermo carica di un’alta espressione creativa e irrobustita dalla potenza recitativa dei protagonisti. La storia è piuttosto semplice: Joe Gills (William Holden) cronista in difficoltà economiche capita casualmente di fronte alla villa di Norma Desmond (Gloria Swanson), diva del cinema muto oramai il là con gli anni. Lo squattrinato Gills finirà per trasferirsi nella villa dopo che l’attrice gli proporrà di collaborare alla stesura di una nuova sceneggiatura cinematografica e non verranno a mancare contrasti quando l’uomo prenderà realmente atto dei sentimenti che Norma prova nei suoi riguardi. Il film si regge su una trama non complicata, elemento che rende ancor più di valore questa pellicola risalente al 1950. Contrario al fatto di appellare come datato un qualsiasi film di elevato valore artistico l’opera di Wilder resta immortale anche dal punto di vista tecnico e tutto si compatta con perfetta aderenza; la fotografia di John F. Seitz entra in collisione con lo spettatore in un bianco e nero superlativo nella sua decadenza e che paradossalmente riesce a restituire un senso di ambigua brillantezza, gli attori trovano un equilibrio assoluto nell’interpretazione e la Swanson appare perfetta in un ruolo che non infastidisce anche quando potrebbe risultare troppo caricaturale; questo perché probabilmente anche nella vita reale Norma incarna la parte di una diva che ha perso, anche volutamente, il contatto con la realtà rifiutandosi di essere ormai dimenticata sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori.

Distacco alimentato dal suo maggiordomo Max (Erich von Stroheim) che coabita con lei quasi silenziosamente e in simbiosi in un’abitazione che riesce a trasmettere una palpabile sensazione di vuotezza. Infine Il ritmo dato dal montaggio di Arthur P. Schmidt che risulta compiuto in una falsa lentezza creando con i giusti tempi un’ ansia crescente, che culmina nelle scene finali. Wilder realizza dunque un esempio di cinematografia che trova il proprio splendore in una magnifica decadenza, un film dall’enorme potenziale e che segue un filo chiaro, lineare e senza conflitti narrativi. La forza dell’opera non è nella sua complessità ma è caratterizzata da una sceneggiatura (Billy Wilder, Charles Brackett e D.M. Marshman Jr.) perfettamente congegnata che si muove sulla melodia di un macabro valzer e da una forte intesa di tutti gli aspetti filmici, che cavalcano lentamente ma con potenza all’interno della corporatura di questa pellicola impreziosita dalla colonna sonora di Franz Waxman.