Gabriele Picco è un artista che prende in giro il suo pubblico, l’aveva capito bene Maurizio Cattelan (chi meglio di lui?) che tempo fa si era dichiarato un suo grande ammiratore. Ma Picco lo fa con finezza, quasi con humor inglese, che quasi non lo capisci o non lo capisci subito con il rischio che forse non lo capirai mai. Il suo è un gioco tanto sottile quanto banale: semplicemente, finge di essere un altro. Mettiamo un attimo da parte la sua mostra appena inaugurata alla galleria Francesca Minini che presenta la sua ultima produzione scultorea e torniamo al 1999, quando esce Disegni e disegnacci. Il titolo parla da solo e presenta una serie di composizioni grafiche definite da forme appena accennate, scolpite con la penna sulla carta bianca, nessuna sfumatura, nessuna ombra: il minimo indispensabile per chiudere e far riconoscere il soggetto rappresentato, semplici linee nere. I disegni sono fatti a tirar via come a riempire un foglio solo perché vuoto non aveva molto senso, tratti primitivi e forme sgraziate che richiamano alla memoria le prove altrettanto incerte del tardoantico. Eppure, è già cominciato lo scherzo: Picco è un ottimo disegnatore, finge di non saperlo fare e basta guardare alcuni particolari dei suoi dipinti, così curati, per togliere ogni dubbio.
Mezza giornata gigante sospesa è il nome della mostra alla Francesca Minini di Milano: «Volevo che il titolo rispecchiasse la mostra, il suo doppio livello fra realtà e irrealtà – dice Picco – che desse confusione al lettore, un senso di sospensione. Spesso vado a ricercare i miei titoli in un diario che tengo dal 1994, mentre altre volte estrapolo e modifico dal web, come in questo caso». Esposte nella galleria milanese ci sono i suoi lavori tridimensionali costruiti dai più etereogeni materiali, spesso scarti del quotidiano: quello che rimane nel sacchetto dell’aspirapolvere o, come in una particolare citazione warholiana, le pagliette saponate (contenute nei Brillo) dipinte di blu e rosa e attaccate alla tela in un readymade a cavallo fra il concettuale e il surreale. «Quello che conta è il risultato finale – continua l’artista – Duchamp ci ha insegnato ad agire in questo modo, è come il primo che ha usato il colore a olio. A scuola quando me lo spiegavano mi divertivo come un matto. Prendevo dalla stanza dei bidelli scope, scopettoni, stracci e mi divertivo a metterli lungo i corridoi. Ai miei amici dicevo che era arte ma non mi hanno mai capito. Ora il processo è molto più elaborato e consapevole».
Le creazioni di Picco si piazzano a metà fra il reale e l’irreale, nella seconda stanza della mostra, infatti, disseminate sul pavimento ci sono bucce di banana pronte a far cadere il passante quando in realtà sarebbe impossibile scivolare perché le bucce sono in bronzo. «Molte delle mie opere non hanno un approdo razionale – confessa il creativo – a differenza di molti artisti concettuali vado a istinto, creo molte associazioni, mi piacciono le giustapposizioni di oggetti». La poetica di Picco cammina su un filo teso in equilibrio sul mondo dell’arte contemporanea attingendo alle avanguardie storiche come un enorme contenitore di idee, l’artista affonda la mano e tira fuori qualcosa che seppur si nutre del passato da questo se ne stacca per creare qualcosa di nuovo.
Fino al 18 gennaio; Francesca Minini, via Massimiano 25, Milano; info: www.francescaminini.it


