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Veronesi e Pirselimoglu

L’ultima ruota del carro e I am not him. Il primo film, fuori concorso, diretto Giovanni Veronesi. L’altro, in concorso, dal turco Tayfun Pirselimoglu con Ercan Kesal e Maryam Zaree. Sono stati questi due eventi a segnare l’inizio e la fine della giornata di apertura del Festival internazionale del film di Roma. In mezzo, come da tradizione, il red carpet. Oggi prevalentemente italiano, in omaggio ai padroni di casa.

IL RED CARPET A dare il via alla sfilata sul tappeto rosso dell’ottava edizione del Festival è stata Sabrina Ferilli, madrina della serata. Dietro di lei l’onnipresente Valeria Marini. E poi Valeria Solarino, che ha accompagnato Giovanni Veronesi, insieme ai protagonisti della sua pellicola Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Ricky Memphis, Alessandro Haber e Virginia Raffaele. Sulla passerella hanno sfilato pure Leonardo PieraccioniRocco Papaleo, Luca Guadagnino, Rolando Ravello Kasia Smutniak, che accompagnava Domenico Procacci, produttore del film di Veronesi. Presenti anche Gianni Letta, il presidente di Bnl Luigi Abete, Giancarlo Leone e in rappresentanza della regione Lazio e del comune di Roma gli assessori alla cultura Lidia Ravera e Flavia Barca. Ma per dare il benvenuto alle star americane bisognerà aspettare il weekend. Già da sabato sul tappeto rosso dell’Auditorium arriveranno Jared Leto, per uno dei film più attesi del festival Dallas buyers club di Jean-Marc Vallée, con Matthew McCounaughey, e poi domenica Scarlett Johansson e Joaquin Phoenix, che presenteranno il film Her con il regista Spike Jonze.

I FILM Veronesi non ha certamente deluso le aspettative, con il suo L’ultima ruota del carro, un film che attraversa l’Italia negli ultimi trent’anni di storia dagli occhi di un uomo qualunque, Enrico Marchetti, interpretato da Germano. L’omicidio di Aldo Moro, i mondiali di calcio del 1982, l’ascesa del partito socialista fino all’avvento di Silvio Berlusconi gli scivolano addosso senza travolgere o condizionare la sua personalità e la sua anima: quella di un uomo che vive tre passi dietro la storia, che si accontenta di trascorrere la sua esistenza all’insegna di pochi ma buoni obiettivi, come la famiglia, la salute, un lavoro dignitoso. L’ambizione e la voglia di riscatto sociale, la determinazione a cambiare così come stava cambiando anche il contesto sociale attorno a lui non lo intaccano minimamente. Forse per lui la vita va vissuta godendo delle piccole cose. O forse la paura lo spinge a non mordere la sua vita. Un film piacevole e scorrevole, che non si discosta molto dallo stile gradevolissimo del regista.

Diverso il caso di I am not him. Un film d’autore. Molta curiosità ha accompagnato questa proiezione. Il film è estremamente crudo. Ambientato in Turchia, ma in un non luogo. La fotografia e la scenografia non permettono di capire precisamente il setting. Ma questo non è rilevante per il regista nella costruzione della sua storia. L’unica caratteristica che accompagna tutto il film è il degrado. Degrado negli ambienti, nelle periferie in cui vivono i protagonisti. Degrado nei personaggi, nella loro vita, nel loro comportamento, nelle loro scelte. Pochi dialoghi, molto individualismo ma grande profondità dei caratteri. Il protagonista è un uomo solo. Ha un lavoro molto modesto ma gli basta per sbarcare il lunario. Conosce una donna, lasciata sola dal marito finito in carcere, e se ne innamora. Ma lei muore ed esce dalla sua vita in sordina. Da qui inizia una nuova vita per lui, che cambia identità, sostituendosi al marito detenuto di lei e iniziando a vivere con maggiore rispetto di sé. Ma il suo apparente riscatto dura poco, solo fino a quando una serie di eventi non lo riporta alla realtà, alla sua condizione di emarginato sociale, dimenticato da tutti. Nemmeno gli occhiali che si procura per correggere la sua vista cagionevole riescono a fargli vedere il mondo in maniera diversa. La concatenazione degli eventi lascia il dubbio di un film onirico. Quello che colpisce è la fotografia, così cruda nella sua contemporaneità, poco bella e molto reale.

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