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Emmanuele: «Alla cultura servono i privati»

Ricette per promuovere l’arte in Italia e renderla il motore che possa permettere al nostro Paese di uscire dalla crisi. È questo il filo conduttore di Arte e finanza, il nuovo libro di Emmanuele Emanuele, presidente della fondazione Roma, presentato oggi all’auditorium della Conciliazione di Roma. Uno dei temi centrali del volume, edito da Esi, è il ruolo che i privati dovranno svolgere, in futuro, nel settore cultura. L’autore sostiene che lo Stato non abbia più gli strumenti per valorizzare l’immenso patrimonio artistico italiano e debba, pertanto, lasciare campo libero alle iniziative privati. L’amministrazione pubblica dovrà, secondo Emanuele, continuare a svolgere un ruolo di controllo e indicare le modalità di gestione che gli imprenditori culturali dovranno seguire. Nello stesso tempo, dovrà mettere i privati nelle condizioni di agire liberamente, ad esempio rivedendo il regime fiscale. Il libro affronta anche temi pratici, come il bilancio, la contabilità e le fonti di musei, spazi espositivi e imprese che promuovono la cultura. «In Italia dobbiamo passare dal prodotto interno loro al prodotto interno culturale, perché la cultura è la vera energia pulita del nostro paese abbiamo un patrimonio artistico senza paragoni nel mondo, eppure siamo al quinto posto per flussi turistici e la nostra spesa per la cultura è di venticinque euro ad abitante» ha spiegato Emanuele. Il presidente della fondazione Roma non ha risparmiato critiche alla politica: «Ce l’ho con la visione miope di tutti i partiti – ha polemizzato – quando Enrico Letta ha formato il governo, l’ultimo ad essere stato chiamato è stato proprio il ministro della Cultura, questo fa capire che ormai questo settore non è più una priorità. Il ministero dei Beni e delle attività culturali (Mibac), di fatto, è inesistente e sottovalutato. Per questo è importante dare spazio ai privati». «Il libro di Emanuele è un vero e proprio manuale per la gestione di un’impresa culturale a uso degli amministratori pubblici – ha detto Salvo Nastasi, direttore generale per lo spettacolo dal vivo del Mibac – è la prova che si può costruire la categoria dei manager culturali. Nello stesso tempo spiega che la richiesta di risorse pubbliche nel campo della promozione artistica non è sempre la scelta ottimale. Occorre piuttosto rimodulare il rapporto tra pubblico e privato, che oggi, nel nostro Paese, è malato».

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