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Un secolo di Vanity Fair

Nel 1848 William Makepeace Thackeray pubblicava il romanzo Vanity Fair: A novel without a Hero, in italiano La fiera delle vanità. Da questo spietato ritratto della società inglese ottocentesca, diventato con il tempo un cult della letteratura, trasse il suo nome la rivista Dress che, una volta acquistata dall’imprenditore Condé Nast nei primi del ‘900, fu ribattezzata Dress and Vanity Fair. Era esattamente il primo ottobre del 1913 il giorno della pubblicazione della prima edizione di quello che da subito fu considerato uno dei più grandi successi commerciali editoriali, che il primo ottobre 2013 ha festeggiato un secolo di vita.

Come il romanzo si proponeva di illustrare in modo implacabile e crudo la realtà londinese fatta di vizi e virtù, così la rivista è stata spesso al centro di controversie per aver dato spazio a reportage provocatori, anticipando gossip e scandali, facendosi pioniera di un giornalismo light, ma di qualità. È per questo che ha deciso di avvalersi, grazie all’abilità di redattori capaci, del contributo di firme di alto livello tra le quali quella di Christopher Hitchens, Dominick Dunne, e Maureen Orth, utilizzando per le copertine e i servizi gli scatti di fotografi di fama internazionale, come Annie Leibovitz, Mario Testino e, più tardi, anche Herb Ritts. È per questo che in breve tempo da semplice rivista di moda, tendenza, costume e società, il mensile si convertì in vero e proprio trampolino di lancio, garanzia di qualità e visibilità per personaggi della politica, della cultura e dello spettacolo. In occasione dei suoi 100 anni Vanity Fair ha deciso di omaggiare il suo storico marchio, scegliendo per la copertina la modella statunitense Kate Upton, tangibile incarnazione delle prorompenti grazie femminili degli anni ’50, immortalata in una posa che rimanda inequivocabilmente all’icona di Marilyn Monroe. Se nel 1962 Marilyn cantava Happy Birthday Mr. President e soffiava su una candelina durante i festeggiamenti per il compleanno di Kennedy, nel 2013 la Upton soffia sulla candelina di una piccolissima torta che rappresenta il glorioso secolo di popolarità di una rivista che nel 1915 arrivò a contare il maggior numero di pagine pubblicitarie negli Stati Uniti. Puntando su un effetto amarcord, la foto, firmata Annie Leibovitz, riporta alla memoria gli scatti della celebre artista, che dal 1983 collabora con la rivista e rappresenta un tributo al primo numero pubblicato. Da allora la direzione di Vanity Fair ha alternato nomi prestigiosi, da Si Newhouse a Tina Brown, cambiando profondamente il suo assetto strutturale, tentando di lasciare immutato il valore dei contenuti: «Sono certo che se il suo primo direttore Frank Crowninshield potesse vedere questo numero – ha affermato l’attuale direttore Graydon Carter – ci troverebbe un Dna comune. Saprebbe subito quel che ha per le mani».

Vanity fair Italia (in versione di settimanale) che invece festeggia il 2 ottobre il suo decimo compleanno, ha messo a bando per l’occasione 10 contratti di lavoro a progetto della durata di 6 mesi o un anno in aziende connesse al mondo dell’entertainment e vicine agli ambienti della moda. La scorsa settimana la rivista italiana è stata oggetto di critiche per la scelta della sua ultima copertina, dedicata alla love story di Berlusconi e Francesca Pascale, alle quali il direttore Luca Dini ha così replicato: « Uno dei criteri che di solito adotto è quello della mosca. Se fossi una mosca, se fossi libero di entrare ovunque, dove vorrei entrare? Arcore, in questo momento, è sicuramente uno di quei posti lì». Chissà se Frank Crowninshield sarebbe contento anche di questo.

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