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Le rivelazioni del Sacro Gra

Esce oggi in sala, distribuito da Officine ubu, Sacro Gra di Gianfranco Rosi, il documentario rivelazione del festival di Venezia che ha fatto tornare italiano il Leone d’oro. Storie di vita sospese nel traffico rumoroso del grande raccordo anulare che Rosi ha girato a bordo del suo minivan, alla ricerca di mondi invisibili da raccontare, raccogliendo la sfida lanciatagli dal paesaggista Nicolò Bassetti. Per i primi mesi non sapeva dove lo avrebbe condotto quel cammino che, a sorpresa, tre anni dopo lo porterà in Laguna per ritirare il primo premio al miglior film. E dalle acque del Lido, il regista e il cast sono tornati al biondo Tevere, sulla zattera di Cesare l’anguillaro, uno dei protagonisti incontrati lungo il percorso, per raccontare alla stampa il loro viaggio.

«Il film – ha detto Rosi – è dedicato a Renato Nicolini (l’ideatore dell’Estate romana scomparso lo scorso anno, ndr) che mi portò a fare un giro sul Gra». Il Raccordo come archetipo universale, astrazione: «Mi resi subito conto di questa possibilità. E quando Renato ci ha lasciati – ha spiegato il regista – ho capito che avrei dovuto smembrare ancor di più questo luogo affinché diventasse altro. È un film che nasce dall’idea di sottrazione». L’anello autostradale, con i suoi 70 chilometri ad alto scorrimento, bordato da palazzoni ammassati, ma anche da campi dove pascolano greggi e cavalli, si trasforma nel film di Rosi in un collettore di storie senza tempo, frammenti di vita a margine di un universo in espansione.

Le esistenze degli “alieni” abitanti del Gra scorrono con agra dolcezza oltre il muro del frastuono infernale. Ci sono il nobile piemontese Paolo e sua figlia Amelia, inquilini assegnatari di un monolocale; il barelliere Roberto e i suoi turni notturni in ambulanza; Gaetano l’attore di fotoromanzi; Francesco il botanico, armato di sonde e intrugli chimici, alla ricerca della pozione magica per sterminare il punteruolo rosso che sta distruggendo le palme della sua oasi. E ancora, Filippo, principe dei nostri giorni, nel suo «castello bed and breakfast» assediato dalle palazzine di periferia. E poi Cesare, pescatore d’anguille da generazioni, che vive su una zattera all’ombra di un cavalcavia. Lui a Venezia non ci è neanche andato: «Perché io amo il Tevere e rimango sempre dentro il Tevere, nessuno può cambiare la vita a me», ha raccontato durante la festa al ristorante Anaconda, col Leone d’oro in mezzo al tavolo della signora Irene (Penelope nel film), tra vino rosso e porchetta. Un red carpet alla romana sullo sfondo del Tevere e del Gra dove, da oggi, su iniziativa dell’Anas, il pittogramma del Leone d’oro apparirà sui pannelli. «La sfida – ha concluso Rosi – è portare il documentario sul grande schermo», nella speranza che i romani, dopo aver visto Sacro Gra, «possano amare il Raccordo». Almeno un po’ di più.

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