National Trust all’italiana, dopo Carandini, ecco Settis

Roma

Si riaccende il dibattito sul modello inglese del National Trust da importare in Italia per la gestione del patrimonio culturale. Dopo l’illuminante analisi di Fyona Raynolds, ex presidente dell’istituzione britannica, e l’approvazione del presidente del Fai Andrea Carandini, sul Corriere della Sera è arrivata anche la replica di Salvatore Settis. Non è disfattista, nemmeno negativo. Ma tiene a ribadire un concetto. Ogni slancio privatistico per la gestione e il rilancio dei beni culturali deve avvenire contestualmente al rafforzamento del ruolo pubblico delle istituzioni deputate a tale ruolo. L’Italia, infatti, spiega Settis, è il paese in cui è nata la legislazione a tutela del patrimonio, addirittura di tale principio è intrisa la nostra Costituzione (art. 9, ndr). L’Inghilterra ha introdotto il sistema del Trust proprio per sopperire a un vuoto normativo in materia presente nei suoi codici e nella sua prassi. È il paese in cui si distruggevano le ville per rendere redditizi i terreni su cui erano edificate. E allora andiamoci piano, sembra dire Settis. Trapianto del modello del Nationat Trust va bene. Ma, scrive «Sarebbe cosa vana senza un robusto rilancio delle strutture pubbliche della tutela».