Il sole non faceva prigionieri. Sotto un caldo di fine agosto il Maxxi imperturbabile nel suo insieme folle di linee e curve ha presentato il suo nuovo direttore artistico (anche se il suo mandato parte a dicembre): Hou Hanru. O meglio, presentato ufficialmente, perché la nomina era stata già formalizzata a fine luglio dal cda della Fondazione Maxxi. Hanru è stato scelto fra centinaia di candidati finali e se non altrettanti rifiuti (visto l’esiguo compenso di 4.000 euro netti al mese) poco ci manca. L’ultima parola sull’elezione del cinese in ogni caso l’hanno messa le tre dame del cda (Giovanna Melandri, Beatrice Trussardi e Monique Veaute). Ma perché proprio lui, e soprattutto da dove salta fuori questo nuovo direttore artistico, perché non è italiano?
La Melandri mette subito le mani avanti e, durante il suo intervento, per respingere le polemiche circa la nazionalità del nuovo inquilino del Maxxi dice: «Avevamo bisogno del direttore giusto per questo museo, a prescindere dal suo aspetto e dalla sua provenienza, Hou era ed è la persona giusta». Confermano anche Trussardi e Veaute presenti durante la conferenza. Il futuro direttore, d’altro canto ci mette del suo per convincere il pubblico di essere all’altezza del ruolo che dovrà ricoprire: «È l’inizio di una grande esperienza che si prospetta piena di sfide – dice – Museo delle arti del XXI secolo è il nome di questa splendida struttura. Ma che cos’è l’arte del XXI secolo? Molte sono le risposte possibili ma su una possiamo essere tutti d’accordo: ora più che mai la creatività intrattiene uno stretto rapporto con la società, frutto di un mondo globalizzato – e ancora – bisogna dare un senso a questa struttura che se ancora non è un fiore presto lo sarà e questo suo essere bocciolo ci dà una grande opportunità di farlo fiorire definitivamente».
Hanru è in realtà un nome noto nel mondo dell’arte contemporanea, esperto in modo particolare nella curatela di esposizioni (solo per dirne una era fra i papabili direttori della Biennale di Venezia). Nato nel 1963 a Guangzhou, in Cina e dopo un diploma all’accademia di Belle arti di Pechino comincia a vivere (come del resto fino a poco tempo fa ancora faceva) fra San Francisco e Parigi. Oltre a numerose esposizioni sparse per il mondo che hanno portato il suo nome, Hanru è stato dal 2006 fino al 2012 director of exhibitions and public programs e chair of exhibition and museum studies al San Francisco Art institute, oltre che consulente in numerose istituzioni internazionali, tra cui Walker art center (Minneapolis) e Solomon R. Guggenheim museum (New York). A queste va aggiunto anche la sua collaborazione con riviste internazionali d’arte, tra cui Flash art international, Art in America, Art Asia Pacific, Yishu, Art-It.
Insomma, vista la situazione potremmo girare la domanda e chiederci perché Hanru si è deciso ad accettare una carica così importante seguita da una pioggia di polemiche, condita da una cascata di problemi finanziari legati allo stesso museo e il tutto per quattromila euro al mese? La risposta ce l’ha data direttamente lui, in inglese perché l’italiano, promette, lo imparerà presto: «Bisogna fornire fuoco e carbone a questo vulcano per farlo esplodere».


