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Scultura come poesia

«A tredici anni in seguito a una malattia di mio padre, dovetti lasciare la scuola, contento di entrare a lavorare nella bottega di uno scultore di monumenti funerari. Imparai rapidamente a sbozzare il marmo e la sera mi fermavo fino a tarda ora a modellare nella creta frammenti di opere classiche». È così che inizia la carriera artistica di Emilio Greco, catanese classe 1913, celebrato, in occasione del centenario della nascita, al palazzo de’ Mayo di Chieti con una retrospettiva a cura di Gabriele Simongini. Sottotitolo dell’esposizione, in programma fino al 29 settembre, La vitalità della scultura, a sottolineare il dinamismo inedito che ha sempre caratterizzato i lavori di Greco, una profonda carica di umanità, una misura classica e una dolce sensualità, uniti ad una vena malinconica: elementi che tradiscono la sua attitudine lirica e la vocazione di poeta, oscurata dalla passione predominante per l’arte scultorea. L’autore del monumento a Papa Giovanni XXIII a San Pietro e delle Porte del Duomo di Orvieto, ma anche del monumento al Pinocchio di Collodi, rivive in un importante percorso, tra sculture e disegni, che documentano quarant’anni di intensa attività creativa, dal 1947 al 1987. Soprattutto emerge l’amore per l’arte plastica, le influenze classiche rivisitate in toni originalissimi e l’attenzione costante allo spirito poetico della forma. Scultura come poesia. Scultura come verso sensuale.

 

L’evento di Chieti – inserito in un excursus più ampio che coinvolge Orvieto (nel museo a lui dedicato), Roma (palazzo Braschi) e Londra (Estorick collection) – presenta sedici sculture fra bronzi, terrecotte, gessi e cementi, oltre a una preziosa selezione di 26 disegni, suddivisi fra quelli che esemplificano alcuni fra i motivi più sentiti dall’artista siciliano: appunto l’avvolgente sensualità del corpo femminile, il volto di donna e gli amanti, e poi, più rari, l’autoritratto e la maternità, ma anche quelli a tematica sportiva. In pose innaturali e contorsionistiche, le sue figure vengono guidate lungo un percorso di inedita armonia che ha sempre caratterizzato la cifra stilistica dell’artista. “Una sincera fede nella forma – afferma il curatore – nella continuità rinnovata della tradizione in espansione, nella sapienza tecnica, nei valori perenni di una bellezza non tanto fisica quanto piuttosto spirituale costituiscono l’eredità lasciata da Greco a quei giovani che non intendono farsi schiacciare dalla tirannia dell’avanguardia finanziaria che domina gran parte del sistema internazionale dell’arte”. Fino al 29 settembre, palazzo de’ Mayo, corso Marrucino 121, Chieti. Info: www.fondazionecarichieti.it

 

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