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Marco Paolini alla Biennale

Con Fén, un mappamondo di fieno e utensili alle spalle, Marco Paolini si presenta al pubblico di Meetings on art della Biennale di Venezia raccontando storie di uomini che hanno contribuito con le proprie mani alla bellezza del mondo. Oggetto di tutti gli incontri previsti fino a settembre è il lavoro manuale che nobilita lo spirito e che insegna all’essere umano l’importanza di prendersi cura del materiale. «Fén è nato dall’idea di creare con le proprie mani punti di riferimento sul territorio prendendosi cura del paesaggio scambiando socialità – afferma l’artista – bisogna considerare il mucchio di fieno come un segnalibro per marcare lo spazio in maniera diversa dal mercato che differentemente contrassegna i luoghi con i centri commerciali. Ho pensato che dovevamo costruirci una segnaletica diversa». I mesi della Biennale coincidono proprio con il periodo della fienagione: «Nelle stesse giornate in cui tengo lo spettacolo vado a inaugurare mete, covoni di fieno, insieme a gente che non li ha mai fatti prima e che si fa aiutare da chi ancora si ricorda come si compongono». Per Paolini l’acquisizione della manualità è un fatto di tirocinio: fondamentale è lo scambio dell’esperienza del passato attraverso l’insegnamento pratico. «Quando Massimiliano Gioni mi ha invitato a partecipare alla mostra ho pensato di utilizzare questo spazio come luogo per ragionare, raccontare e dialogare». Oltre alle mani è infatti la parola che caratterizza l’opera dell’artista: «L’oralità è quanto più vicino vi è alla manualità ed essa risorge nel mondo contemporaneo nel teatro. In un mondo dove il linguaggio dominante è quello delle immagini, la parola apparentemente diviene minoritaria ma siccome è in grado di produrre senso desta interesse e sorpresa in chi le si avvicina perché scopre dei significati, delle potenzialità. L’oralità permette di creare ponti, di fare delle domande condivise; allo stesso modo mi sembra che il lavoro manuale sia un ponte che riesce a unire le esperienze di persone diverse». L’opera è anche una critica alla nostra generazione «che nasce dall’emancipazione di genitori che hanno lasciato studiare i figli per non far fare loro lavori pratici » e che si è adagiata nella semplificazione del digitale. La progressiva perdita di fascino del lavoro manuale è un dato di fatto sul quale l’artista auspica una riflessione collettiva che analizzi il fenomeno al fine di cercare soluzioni in grado di invertire la tendenza. Ad ogni incontro il pubblico è invitato a interagire con Paolini rispondendo non solo a parole ma anche portando fisicamente un mazzetto di fieno legato con uno spago e un cartellino indicante il luogo di provenienza: un gesto che racchiude in sé il significato dell’opera e che si inscrive in modo geniale nel Palazzo enciclopedico della 55° Biennale. Info: http://www.labiennale.org/it/arte/news/28-06.html

 

 

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