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Una lode al vetro

«Ci sono opere che nascono come incarnazioni di un sapere precostituito e opere che nascono da una curiosità sperimentale, che non contiene in anticipo un’immagine del suo risultato. Mi piace pensare che Glasstress, mettendo gli artisti in contatto con un materiale familiare ma spesso poco conosciuto, abbia creato per ciascuno le condizioni ideali per una sperimentazione espressiva senza vincoli», scrive Adriano Berengo nel testo critico che accompagna Glasstress: white light, white heat, rilevante evento collaterale della Biennale di Venezia.

Approdato in laguna – è proprio il caso di dirlo – alla sua terza edizione il progetto curato dello stesso Berengo e da James Putnam vede gli artisti confrontarsi con luce e calore, aspetti intrinseci del vetro e della sua lavorazione. In agenda fino al 24 novembre, dislocato in tre suggestive sedi – palazzo Franchetti, Berengo centre for contemporary art and glass e Scuola grande confraternita di San Teodoro – Glasstress non è tanto una mostra, piuttosto l’iter di cui la mostra costituisce un esito provvisorio. Deus ex machina Berengo, la cui passione per l’arte e per il vetro lo ha portato a lavorare, a partire dal 2009, ad un progetto che ha coinvolto oltre duecento artisti. Anche per questa edizione «i sessantacinque artisti di fama internazionale coinvolti hanno dovuto fare i conti con il vetro, con le sue caratteristiche chimiche e i suoi processi di produzione», incalza il curatore. Nomi come Mimmo Paladino, Hussein Chalayan, Aldo Mondino, Pedro Cabrita Reis, Charlotte Hodes, Mat Chivers, Gavin Turk, Mat Collishaw, Oksana Mas, Zak Timan, Ayman Baalbaki, Cai Guo-Qiang, Zhan Wang, Francesco Gennari, Karim Rashid – solo per citarne alcuni – che, in maniera personalissima, hanno trovato la propria strada per assimilare il vetro nel singolo, poi diventato collettivo, discorso poetico, esprimendosi attraverso la creazione di un’opera poi esposta. Protagonista del loro lavoro il vetro, spesso (colpevolmente) poco sfruttato dai colleghi. «White light white heat, non è solo un omaggio all’album dei Velvet underground del 1968, ma anche alla luce e al calore, elementi fondamentali per la lavorazione del vetro», scrive Putnam, precisando che «la luce è parte integrante della nostra percezione del vetro, mentre il calore è necessario per modellarlo».

Ovvietà? Neanche a dirlo, poiché una delle caratteristiche più strabilianti del vetro è che dipende in tutto e per tutto da come la luce gioca su di esso. «E poi – riprende Berengo –, a Venezia la storia della sua lavorazione è lunga, gloriosa, e punteggiata di svolte e innovazioni che forse solo il peso della tradizione millenaria ci impedisce di percepire in modo corretto. Durante il Rinascimento le famiglie dei vetrai di Murano si tramandavano di padre in figlio i ricettari, che illustravano i segreti di composizione e lavorazione del vetro». Una materia affascinante, tutta da indagare. Fino al 24 novembre 2013, palazzo Cavalli-Franchetti/Istituto veneto di scienze, lettere e arti, campo S. Stefano 2847, Venezia; Berengo centre for contemporary art and glass, Campiello della Pescheria, Murano; Scuola grande confraternita di San Teodoro, San Marco 4810, Venezia. Info: www.glasstress.org

 

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