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L’artista dell’inessenziale

Inaugurata a villa Carpegna, sede della Quadriennale di Roma, Agalma, personale di Pietro Fortuna, curata da Guglielmo Gigliotti. Spunto del titolo della mostra, che etimologicamente significa dono e ornamento, la donazione dell’opera Corona, 2013 da parte dell’artista alla Quadriennale. L’esposizione si compone di alcuni video realizzati per l’occasione e di un gruppo di opere che accompagna l’osservatore in un excursus sulla complessa produzione formale di Fortuna, uno dei più originali e profondi personaggi della scena artistica italiana dalla fine degli anni Settanta. In visione anche una documentazione antologica di libri, testi e fotografie relativa alla storia di Opera paese, uno spazio multidisciplinare che dal 1996 al 2004 ha ospitato artisti, musicisti e intellettuali italiani e internazionali del calibro di Philip Glass, Jan Fabre, Michelangelo Pistoletto, Carlo Sini, Jannis Kounellis e Gija Kancheli. Sede dello spazio, l’ex lanificio di via Pietralata a Roma che ancora oggi accoglie lo studio dell’artista. Padovano di nascita, le sue opere risentono fortemente della formazione umanistica che spazia dall’architettura alla filosofia.

Un lavoro enigmatico il suo, rigoroso e austero, un’arte che «si mostra come gloria dell’inessenziale nella misura scandalosa del poco. Il poco o quasi niente che la ragione percepisce come una presenza ineludibile e l’opera trasforma in una cerimonia per accoglierla», per usare le parole di Fortuna. Vi è una volontà precisa: quella di togliere dall’opera qualsiasi elemento narrativo per permettere di coglierla nella sua essenza più pura. I lavori di Fortuna sono quindi aniconici e anemotivi, l’opera rappresenta quello che è e non rimanda a null’altro, non bisogna cercare delle spiegazioni al di là della superficie, oltrepassando il segno e la forma. Gigliotti lo descrive così: «Da bambino Fortuna temeva che a una minima sollecitazione i suoi occhi potessero cadere all’interno. Da adulto non si è tradito: le sue sono rivelazioni rovesciate, vertigini oggettive, collassi di voli, per un’indagine attorno a ciò che rimane della realtà quando la liberiamo dai vincoli dell’interpretazione. È un’arte portata al limite e al contempo rifondativa (l’essenza ultima delle cose è anche la prima). Un gesto d’amore estremo per questa cosa tra le cose, l’arte, due sillabe che emozionano e che interroghiamo da millenni». Un modo di porsi umile nei confronti della creazione, che lascia all’opera la libertà di esprimersi da sola.

Fino al 31 luglio, Quadriennale di Roma, piazza di villa Carpegna. Info: www.quadriennalediroma.org

 

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