Orrore e perversione

Dinanzi ad un certo tipo di immagini si palesa la necessità di convertirsi ad un diverso ordine mentale, anche solo per un istante. Perché ritrovarsi di fronte a donne cosparse di animali repellenti, che comunemente sono annoverati tra le categorie di esseri viventi più orribili e disgustosi, spesso fulcro di fobie o di paure, o addirittura vedere le stesse donne ritratte mentre si cimentano in improbabili amplessi con gli stessi, non è una questione facile da digerire. Il primo pensiero è che tutto questo sia roba da pervertiti, destinata a feticisti particolarmente fantasiosi, o addirittura che siano sintomo di una sessualità più che deviata. Ma, nonostante le impressioni immediate siano comprensibili, bisogna sforzarsi di andare oltre. Oltrepassando certi invalicabili confini, ci si ritrova in un mondo indubbiamente perverso, ma intriso di tematiche mistiche e mitologiche, che affondano le loro radici nella complessa cultura orientale.

Daikichi Amano è un fotografo giapponese formatosi nel mondo della moda. Annoiato da tutto ciò che ne consegue, decide di cambiare rotta, dedicandosi ad una ricerca sull’uomo e sul suo rapporto con la natura, fino ad arrivare alla pornografia estrema, grottesca e violenta, davvero fuori dal comune. Amano, infatti, opera su quella linea – a volte impalpabile – che separa l’arte dal porno spicciolo.

La poetica dell’artista è bizzarra ed inquietante. Una donna, vittima sacrificale di questo dono reso a madre natura, viene cosparsa di insetti, rane, pesci, anguille, polpi, in modo che le membra umane si fondano e confondano con quelle animali. Ciò che ne esce è un essere ibrido e orrorifico, le cui fattezze ricordano dei pagani, misteriosi e potenti, che nascono, crescono e muoiono con e nella natura.

Amano non è di certo il primo che interpreta bizzarri incroci tra l’essere umano ed un mondo affine, ma differente. Basterà pensare ai film di Shinya Tsukamoto – giapponese anch’egli – o del più famoso David Cronenberg per trovare, anche qui, commistioni stravaganti tra due sistemi paralleli, destinanti a mantenere ognuno una sua identità precisa e definita. L’arte contemporanea, invece, fonde questi mondi ricavando una nuova e misteriosa essenza della vita.

La particolarità di Daikichi Amano è quella di rapportare i suoi elementi naturali, selvaggi ed animali, ad una rivisitazione di ciò che rappresenta lo Shunga, ossia l’arte erotica nipponica. Il suo stile stordisce ed intriga un nutrito pubblico di adepti di una cultura che esce dagli schemi, sotterranea e nascosta, che può suscitare disgusto o ribrezzo, impressionando e scavando nella mente un percorso fatto di nuove concezioni ed idee.

Ma c’è di più. Oltre a produrre le sue opere fatte di cura dei particolari, di ottimo uso della luce e di ambientazioni perfette, Amano lavora come regista porno. I suoi film – comunemente noti come Genki porn – non si discostano così tanto dal suo portfolio fotografico. Gli animali sono ovunque, violano le attrici in ogni dove, come fossero falli, o divengono parti integranti di scene lesbo, di gang bang o di solitario autoerotismo.

Dunque, due facce della stessa medaglia. Gli stessi, eterei temi che Amano affronta attraverso i suoi scatti sapienti vengono dati in pasto alla perversione ed al feticismo di pellicole pornografiche destinate a scopi commerciali.

Un confine davvero labile, che in questo artista giapponese racconta il suo esempio più lampante. Amano diviene così il simbolo di una pornografia che talvolta è arte e talaltra è solo ed esclusivamente porno. È il trionfo dell’ambiguo, nella ricchezza espressiva di un Oriente disinibito, grottesco ed estremo, che resta abilmente fuori da un ordinario che nulla ha da offrire, se non una sicurezza che l’originalità, invece, mina con la sua eccitante prepotenza.