Nell’epoca in cui tutto è talmente da vedere che ha stancato tutti, fare il fotografo di professione è una vera avventura. Se poi, anche per superare il limite della ripetitività professionale si sceglie la strada dell’arte, tutto si complica,il pericolo è perdersi o annegare, ma nel mare delle banalità. La democrazia dell’immagine, il suo realizzarsi di massa attraverso la tecnologia ed i contenitori di performance caserecce, i social network, ha stroncato la cultura del vedere quasi irrimediabilmente, infatti la tendenza è al peggio. Poi, un bel giorno, ti capita di inciampare in quegli strani casi di redenzione affidata all’arte, che l’uomo riesce ad inventarsi nei momenti più bui e difficili del suo percorso sulla terra. E’ il caso della personale di Fabrizio Bergamo curata da Mario Giusti, un’enciclopedia di volti, dal dolore per antonomasia della Sindone ai ritratti di avventurosi interpreti dell’arte fino alla gente qualunque dove lui ha trovato la scintilla, il carattere multiforme e plurivalente della realtà. Ritratti, dunque e cornici scure, legnose, materiche, antiche, a racchiudere un nero profondo. Non un colore, si badi bene, piuttosto una dimensione che, mano a mano ti avvicini, prende forma nei giochi dell’ombra, acquisisce quella tridimensionalità che solo l’intenso magico di un ritratto si porta dietro. Il ritratto ti rapisce, quel che non vedi perché nascosto dall’uso sapiente degli scuri, ti arriva come intuizione o stimolo visivo fantastico. Gli occhi funzionano come se odorassero, sentissero, toccassero e formassero una visione sensoria, magica. Bergamo ci prende per mano e ci porta nella sua dimensione, dove l’oscurità è illuminata, dove l’eterno sacro ed il profano si incontrano. Talmente curioso da creare un rapporto formale e narrativo, non un conflitto: è l’incontro del bene ed il male non come nemici ma come parti della natura umana. Tutto il lavoro drammatico sulla luce che ha fatto Bergamo ci porta a vedere una sintonia con l’opera del Merisi da Caravaggio. C’è un combinato fisico ed emotivo che, grazie anche all’originale procedimento di creazione delle sue opere, conferisce loro una vera unicità. Un procedimento che parte dalla pinhole digital art, ma ne dilata le potenzialità fino ai suoi estremi confini. L’opera prende vita attraverso un lento processo di nascita, quasi un incedere alchemico, che inizia con la ripresa del soggetto con la tecnica stenopeica, a coglierne la verità e l’essenza ultima, e prosegue con la stampa in digigraphie. La povertà artigianale della tecnica stenopeica, che ci riporta alle origini dell’arte fotografica e l’estrema modernità dell’apporto digitale in fase di stampa, creano un’opera pronta a passare attraverso l’esclusivo trattamento, grazie ad alcuni materiali unici, che costituisce la parte finale della creazione. Ed ecco la fotografia trasformata in dipinto.


