Il festival di letterature alla basilica di Massenzio (11 giugno, 3 luglio) è esattamente quel genere di evento che avrebbe fatto impazzire John Ruskin. L’architetto, restauratore, scrittore raffinato, era dell’idea che i monumenti dovessero essere considerati forme di vita e di conseguenza accettarne la morte, dopo l’esistenza. Detto altrimenti, Ruskin, da bravo romantico, di fronte a una rovina andava in brodo di giuggiole, adorava il muschio fra le trabeazioni antiche, amava l’erbetta incolta sopra i cornicioni. Ruskin, a dirla tutta, era un restauratore non restauratore, dove la sua teoria sull’intervento può felicemente tradursi nel vivi e lascia vivere, teoria che applicava senza distinzioni di sorta a pezzi di marmo scolpito ed esseri viventi. Nasci, cresci, muori, è la vita bellezza. Così, prendete l’architetto e mettetelo dentro al festival, nella basilica, ad ascoltare le parole dei narratori, a sentire le note dei musicisti, incorniciato dalla fatiscente struttura che oggi c’è e domani non si sa, chiaro che Ruskin avrebbe apprezzato. Ma ciò che unisce i libri, la musica e le rovine imperiali va oltre il nostro restauratore.
Milo De Angelis, il poeta, in un’intervista una volta ha detto Ciò che non contiene la sua fine non è degno di essere cominciato. È forse questo che fonde le parole, le note, i pezzi di una volta a botte, Ruskin e perché no, pure De Angelis, l’idea che c’è una fine scritta, sia pure solo la parole fine. L’originalità del festival e del suo successo è da ricercarsi qui, nel presentare tutte materie che esplicitamente iniziano e con altrettanta chiarezza e probabilità muoiono. E quindi prima le letture dei romanziere e poi le vibrazioni dei musicisti e giù in fondo, ma anche dietro e di lato, quello che rimane di un impero, frammenti di una gloria passata e, lo dicevamo prima, finita. Tutto lì ha un fine, anzi, è stato creato tenendo ben in mente come concluderlo e il fatto che ogni cosa sia letta, suonata, osservata e consumata al momento non fa che accrescere questa sensazione.


