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Sorrentino, il bello di Roma

Piglia Roma, con tutto il suo marcio sfasciume, la sua pazza voglia di godersela nonostante tutto, ballando sull’orlo del cornicione, ché al baratro eravamo vicini, disse il baratro. Piglia un altro monumento nazionale, Servillo Toni da Afragola, tra i pochi attori del presente a rinverdire i fasti del nostro cinema, grazie alle camaleontiche virtù della sua faccia sempre uguale. Pigliate questi due mostri sacri, insomma, l’uomo e la città, e piazzateli al centro dell’opera – anzi, fatene essi stessi opera – del regista nostrano più acclamato del momento, star nota persino nel belmondo a stelle & strisce: Sorrentino Paolo da Napoli. Quel ch’esce fuori da questo binomio d’autore è La grande bellezza, cocktail mesto e malinconico, grandioso e gaudente di uno dei maggiori interpreti della scena artistica contemporanea. La bellezza di Sorrentino è un omaggio a due eccellenze, Roma & Servillo, due soggetti che da soli fanno la storia, e assieme cucinano un racconto tragicomico di questo nostro essere oltre l’orlo del baratro. Senza rendercene conto, anzi sì, ma con un certo stile. La storia.

Geppino Gambardella (Servillo), detto Gep, è quel che si direbbe un bon viveur. Assiduo frequentatore, meglio, organizzatore di feste nel suo magnifico terrazzo con vista Colosseo, è un ex scrittore di successo di una sola opera, un beltipo che scribacchia per una rivista patinata diretta da una grande nanerottola, sua buona amica, per la quale dipinge ritratti (dis)umani, cioè intervista artisti e personaggi tanto improbabili quanto vicini al vero. Un mondano al quale riesce il sogno della vita: nulla fare e tutto potere, compreso quello di far riuscire o fallire una festa grazie alla sua ricercata presenza. La fauna di cui Gep si circonda è quella dei sopravviventi del generone romano, benestanti tristi e fasulli che ingolfano del loro nulla le notti romane, ai quali elargisce sprazzi della sua saggezza, il suo ricettario del buonvivere. Tra essi s’annidano volti noti e meno noti, seminoti e riconoscibili, con varie presenze di spicco, dall’ottimo Verdone alla procace Ferilli che qui, bontà sua, mostra pure il didietro non visto al mancato spogliarello per lo scudetto romanista.

Grazie ferilliane a parte, la commedia snocciola via che è un piacere, tra un drink e una citazione sagace, e la festa finisce come la nottata: persa e con una figlia femmina, come direbbe un siciliano doc. Resta in bocca quel senso di stordimento del dopoburiana, l’amaro gusto del dolce far niente, negli occhi sprazzi dell’Urbe possente e dolente, magnifica come nessun’altra città al mondo, con buona pace degli esterofili a oltranza. La festa finisce come il film, lungo e a tratti bisognoso d’una sforbiciata, pur senza mai annoiare e con radi battimano in sala, alla fine, come a Cannes. E c’è pure modo di narrare il volto multipolare della chiesa, mistico e dissacrante, inquietante e onirico, interpretato da una santa che incanta gli aironi e da un cardinale esorcista e buongustaio nei panni del sempreverde Herlitzka. Alla fine, riesce al regista quel che Gep recita sottotraccia per tutto il film, il sogno mai realizzato da Flaubert: un’opera sul niente. Un niente così ben confezionato e interpretato da rendere difficile essere in disaccordo con chi si genuflette davanti alla premiata ditta Servillo & Sorrentino come ai nuovi dei ex machina del cinema nostrano, tra i pochi in grado di non far rimpiangere le glorie del passato. Sulla bellezza della coppia, nulla da eccepire. Sulla loro bravura, neppure. Eppure, a ben vedere un rischio trapela anche in quest’ultima pellicola del regista che in questi giorni festeggia i suoi 43 anni, dopo la non esaltante prova del suo This must be the place.

Gli è che Sorrentino mette in scena non la vita, ma una parodia della vita. Un guazzabuglio di cose, o di niente, perfetto come uno spettacolo ben fatto e diretto, mai imperfetto come la vita stessa. Si muove nell’ambito del surreale, che poi è l’unico modo di narrare oggi il reale, l’unica forma di realtà del contemporaneo deprivato d’ogni senso della realtà che non sia costruito sull’immaginario, sul fittizio, senza mai affondare nel reale. Così le sue storie, per quanto ben dirette e con un uso strabiliante della macchina da presa, e i suoi personaggi, per quanto azzeccati e magistralmente interpretati, restano in bilico sull’irreale, senza mai cadere, e questa è la bravura di Sorrentino, di qua o di là dal muro della realtà. Recitano, insomma, non vivono. Pigliamo, ancora, lo stesso Servillo diretto da Ciprì in È stato il figlio, o da Andò in Viva la libertà. Due esempi di surrealtà bell’e buona, specchio della realtà dove i rispettivi registi riflettono un paese sbandato e sbadato come il nostro. Sorrentino è lassù, li guarda dall’alto della sua bravura, della sua fama che speriamo non traligni in moda facendogli perdere creatività e misura, ma loro, laggiù, stanno percorrendo il reale, toccano la vita. La vita è altrove, pure se La grande bellezza è qui, in sala, splendida e vitale.

Nelle sale dal 21 maggio. Guarda il trailer: www.youtube.com/watch?v=Iw_7bVkheeU

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