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Bellezze post classiche

Eppoi dicono che è passata di moda. Eppure se di bellezza, quella classica, non si parlava da un pezzo, mai come ora essa è tornata in auge, sugli schermi e nelle sale espositive. Ne è la riprova la mostra che si apre oggi ai Fori romani e al Palatino: Post classici, la ripresa dell’antico nell’arte contemporanea. Era dai tempi dei Giganti di Ludovico Pratesi che non si vedevano contemporanei in bellavista nel cuore di Roma, e se allora, agli albori del Terzo millennio, erano quattro gli artisti chiamati a interagire col cuore latino della classicità, oggi sono ben diciassette gli artisti votati alla non facile impresa. Non si tratta di un’operazione nostalgia, diciamolo subito, e neppure – con buona pace dei maestri raccolti da Vincenzo Trione per questa sfida – di un confronto dei moderni sull’arena dell’antichità, giocato tra templi e colonnati nell’epicentro d’uno dei quattro imperi del mondo che fu. Ché troppa è la distanza tra un tempo di giganti e questo, dove pure ai nani è concesso fare ombra. Forse, più semplicemente ma non per questo in modo meno coinvolgente, si tratta di «un’avventura complessa», per dirla con le parole dello stesso curatore, volta a far incontrare due pubblici all’apparenza inconciliabili. Quello della classicità che gode delle mummificate teche zeppe di minutaglie archeologiche e pietrame vario con l’altro che si bea della rutilante mondanità e nullità à la page. Ma andiamo con ordine.

I diciassette portati da Trione non sono in buona parte giovanottini di primo pelo, tutt’altro. A partire da Michelangelo Pistoletto, che con la sua monumentale Venere degli stracci in versione 2013 appollaiata sotto il tempio di Venere fa la sua straporca figura. Altro grande padre nobile Mimmo Paladino che dall’alto del Palatino – nomen omen – troneggia sul Colosseo coi suoi dischi di ferro e inserti di terracotta, memoria ancestrale degli scudi salici, dell’origine sabellica della città a fronte dell’anfiteatro voluto dall’imperatore che dalla Sabina trae la sua stirpe. Eppoi Vanessa Beecroft, ancora tra i colonnati e marmi del Tempio di Venere, come pure in una cella di questo s’accumulano i calchi in gesso delle teste di Claudio Parmiggiani – e una delle sue capocce è in bella mostra, oltre che nello stadio di Domiziano riaperto per l’occasione, sulla copertina del catalogo Electa (208 pagine, 29 euro), la cui organizzazione con la soprintendente Mariarosaria Barbera ha dato la spinta propulsiva a questa mostra. E ancora Giulio Paolini con le sue teche nel tempio di Romolo, eroe eponimo della città, rievoca il rapporto epistolare col curatore, forse tra le opere meno convincenti e coinvolgenti, come il tempietto d’acqua e ferro di Gregorio Botta, per non parlare del mesto rimestìo di colonnati del minimalista Jannis Kounellis. La bellezza, davvero classica, spicca dai volti di pietra, pure corrosi e scarniti, fotografati da Mimmo Jodice ed esposti nel museo Palatino, sfila tra le colonne di Roberto Pietrosanti in gara con le antenate di pietra alla vigna Barberini, tra gli accartocciamenti di Gianluigi Colin nel criptoportico Neroniano, e viavia rimasticleggiando.

Niente velleità di confronto, s’è detto, pure se è tutto un gioco di rimandi, luci ed echi della classicità, quello che si snocciola tra i grandiosi frammenti dell’antichità, che colloca le visioni dell’oggi sulle spalle, affianco ai fasti di un passato mai come ora trapassato. Sono itinerari di bellezza, in fondo, quelli che questi segni, graffi del contemporaneo, snocciolano su questo viale bell’è tramontato, su questa pietra dura del tempo che fu. Segni che tracciano un loro frascino ambiguo, e fanno chiedere ad altri, più usi ai vezzi e ai Vezzòli della contemporaneità di noi, se non sia il caso di trasformare un’esposizione temporanea in mostra permanente, a perenne uso e consumo di romani e turisti, imperituro scambio di ruoli in nome della tanto in voga trasversalità. Ed è una domanda, questa, che ci coglie come l’uomo malato di Vittorini, soli nella notte, con le sue scarpe sfondate, e piove. Al ministro Bray, e a tutti voi (noi) l’ardua risposta. E che Giove Pluvio si degni di dare ai suoi fulmini altro sfogo, e lasci brillare sulla città Eterna un po’ di quel sole per cui è giustamente orgogliosa, che Apollo s’affacci su tanta bellezza e i suoi tardi epigoni. Fino al 29 settembre, ingresso da via di San Gregorio o da via dei Fori imperiali. Info: www.postclassici.it

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