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Punk, dal caos al costume

«Fin dalle sue origini il punk ha avuto un’influenza incendiaria sulla moda. Anche se la democrazia espressa da questo movimento si pone in netta contrapposizione con l’autocrazia allora espressa dalla moda, i fashion designer hanno saputo sviluppare il vocabolario estetico punk in una visione appropriata in grado di catturare la ribellione giovanile e la forza aggressiva che esprimeva».

Parole di Andrew Bolton, curatore della sezione Costume institute del Metropolitan museum di New York dove è in agenda la mostra Punk, chaos to couture. Visitabile dal 9 maggio al 14 agosto la rassegna – accompagnata da un esaustivo volume realizzato dallo stesso Bolton, con introduzione di Jon Savage e prefazioni di Richard Hell e John Lydon (ovvero Johnny Rotten dei Sex Pistols) – omaggia tanto il punk e la sua cultura quanto la moda, che è stata in grado di sfruttare questo flusso antagonista quale orientamento forte della sua rappresentazione.

In esposizione oltre cento abiti di icone punk come Malcolm McLaren (il “papà” dei Pistols) e Vivienne Westwood, ma anche quelli, assai preziosi, di Christian Dior, Gianni Versace, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, John Galliano, Karl Lagerfeld, Riccardo Tisci. Punk, chaos to couture analizza a fondo l’incidenza che il movimento dei brutti, sporchi e cattivi, tra creste, lucchetti, sputi, parolacce e look aggressivi, ha avuto sull’alta moda dai suoi esordi all’inizio degli anni Settanta fino ai giorni nostri. Perché in tempo di crisi niente si butta. Ma tutto (o quasi) si ricicla.

Fino al 14 agosto; Metropolitan museum, New York; info: www.metmuseum.org

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