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Il buco nero della visione

Quando l’oggetto osservato esce fuori dal nostro campo visivo, entrando in quello che in italiano è definito punto cieco e in inglese blind spot, è il nostro cervello a ricreare i dettagli mancanti dell’immagine, attingendo alla memoria, alle tracce lasciate dall’esperienza. L’aver attribuito il difetto percettivo, se di difetto possiamo parlare visto le possibilità cognitive a cui dà vita, a uno strumento meccanico, la macchina fotografica, ci fa capire che il concept attorno al quale si sviluppa il progetto curato al museo Man di Nuoro da Simone Menegoi e Lorenzo Giusti, è una riflessione che sta stretta nella sintesi rapporto fra fotografia e scultura.

Il blind spot citato nel titolo della mostra sembra piuttosto far riferimento al campo d’azione in cui è possibile riaffermare la forza autoriale della soggettività, colmando ciò che sfugge ai nostri sensi attraverso il potere costruttivo dell’intelletto, secondo un processo che passa per il disconoscimento della mimesi e propone una nuova possibilità di reazione al dominio delle forme visive contemporanee. A conferma di quanto in questo caso si debba pensare alla fotografia come approccio oltre che come medium, l’eterogeneità delle opere in mostra – fotografie, sculture, video e installazioni – frutto delle ricerche di artisti europei e statunitensi, tutti appartenenti alla generazione dei nati negli anni Settanta.

Ogni interpretazione racconta frammenti del mondo contemporaneo, dallo spazio del microcosmo personale in cui crea Becky Beasly, fotografando e costruendo oggetti esclusivamente fra le quattro pareti del suo studio, a quello comunitario delle nostre istituzioni, come quello locale restituitoci da Test di carico improvvisato, opera site-specific di Stefan Burger, in cui, in un cortocircuito mediale, lo spazio dell’immagine e quello reale coincidono nella parete in cartongesso messa in opera dagli allestitori, soggetti della stampa fotografica 1:1. Oltre alla spazialità del reale c’è la sovrabbondanza del virtuale, nelle forme pittoricamente corrose dal photoediting di Curtis Mann o nelle installazioni, di sottesa attitudine archivistica, di Sara Vanderbeek e nei video di Erin Shirrefaff, fra memorie personali e riflessione sulle opere d’arte altrui (è sua l’immagine promo della mostra, con uno still del video Medardo Rosso, Madame X, 1896, omaggio dichiarato a uno dei primi artisti che affrontò la fotografia come indagine parallela alla scultura.)

Non mancano le stampe fotografiche secondo tradizione, volte all’esplorazione del mezzo e della sua capacità di rappresentazione, come le prove scultoreamente chiaroscurate di Francesco Gennari o il congelamento del movimento con la stampa positiva diretta ricercato da Tayno Onorato & Nico Krebs; questi ultimi, autori anche di straordinarie macchine fotografiche (funzionanti!) assemblate con gli oggetti più impensabili, feticci vodoo compresi.

Fino al 26 maggio; Man, via Sebastiano Satta 15, Nuoro; info: www.museoman.it

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