Arte di governo

Senza cultura non c’è crescita. L’Italia e l’Europa vivono un periodo di forte crisi economica e smarrimento in cui valori come merito, creatività, conoscenza e tradizione possono illuminare la via della ripresa. Questo si sforza di rappresentare Roberto Grossi, il presidente di Federculture, nel suo nuovo libro Cultura e sviluppo (edito da 24Ore Cultura), in cui presenta e analizza il rapporto annuale del 2012 sullo stato di salute della cultura italiana. La sensazione dominante è che si sia toccato il fondo. Alla presentazione del lavoro letterario, avvenuta venerdì scorso all’auditorium di Roma nell’ambito della rassegna Libri come, l’apertura del dibattito si è aperta tra le immagini delle fiamme. Le fiamme che sono divampate poche settimane fa a Napoli e che hanno ridotto in cenere la Città della scienza. Una premessa sconfortante, in un paese come l’Italia che, come spiega il libro, ha un patrimonio di biblioteche, teatri d’opera, musei, siti archeologici e luoghi di interesse storico invidiato da tutto il mondo ma che non riesce a far fruttare come fanno altri paesi, che magari con molto meno riescono a far incidere la propria attività culturale sul Pil più di noi. Ma come intervenire sulle politiche culturali per segnare una concreta svolta? L’approccio al problema suggerito dal semplice e snello incontro di venerdì ha certamente indicato una direzione. Basta solo dare un’occhiata agli speaker che si sono alternati: il professore Domenico De Masi, sociologo, Deborah Carè, direttrice della fondazione Ermanno Càsoli e Andrea Carandini, presidente del Fai. Scolastica, industria e terzo settore. Non a caso non c’era alcun politico. La politica, in questo momento, non deve parlare ma ascoltare. Soprattutto in questi giorni in cui è impegnata a ridefinire gli equilibri dell’ordinamento giuridico dopo le ultime elezioni. Dopo l’investitura dei presidenti di Camera e Senato ora tocca al governo. Questa settimana iniziano le consultazioni e la speranza è che gli appelli nati nell’ultimo periodo non restino inascoltati. Roberto Grossi, promotore dell’iniziativa, è uno di quelli che, dall’inizio dell’anno, hanno compreso che la cultura non deve restare l’appendice dell’agenda di governo ma diventare una delle priorità per dare il via a un nuovo rinascimento. Prima delle elezioni, infatti, ha messo insieme molte delle più grandi istituzioni culturali del paese con il progetto Ripartire dalla cultura per proporre ai candidati poche ma solide idee per risollevare il settore, ha partecipato alle primarie della cultura e ora presenta il suo nuovo libro. E lo fa con l’entusiasmo di chi ci crede davvero. In mano regge una botola di plastica, la stessa che girerà in tutta Italia nei prossimi giorni per chiedere piccoli ma significativi contributi economici alla collettività per partecipare alla ricostruzione della Città della scienza, proprio a testimonianza di una nuova mentalità di condivisione e impegno civile per il rilancio della cultura. E sull’onda di questo contagioso entusiasmo si sta muovendo un magma di sani principi ed efficaci soluzioni per rinsavire un settore, quello culturale, che necessita di una spinta. Servono ingegno, fantasia e preparazione. Senza retorica e men che meno confusione, come spiega De Masi: «In Italia ci facciamo prendere sempre dalla tendenza ad affastellare idee senza realizzarne nemmeno una, quando basterebbe intervenire sulle riforme strutturali, a cominciare dalla scuola. Negli ultimi anni – ha insistito il professore – abbiamo avuto più di un ministro dei Beni e delle attività culturali sprovvisto di laurea (Veltroni e Rutelli, ndr). Così si perde di credibilità agli occhi degli operatori».

Un altro contributo viene dal mondo produttivo. Una frontiera nuova ed efficace del fare cultura, di cui spesso si trascurano, a torto, gli interessi, senza sfruttarne le potenzialità. Deborah Carè è direttrice di una fondazione al 100% privata, finanziata da Elica, la multinazionale delle cappe da cucina. Ubicazione Fabriano, nel cuore di quelle Marche motore di imprenditorialità e sviluppo manifatturiero. Cosa c’entra con la cultura? Solo un approccio superficiale può trascurarlo. Nel 2007, parola di Carè, Elica si quotava in borsa e apriva sedi all’estero. Aveva bisogno di puntare su oggetti a proprio marchio coniugando fantasia e concretezza, la cui sintesi fino a quel momento aveva dato prestigio al marchio. Così si decise di dar vita a un premio per artisti, con l’obiettivo di commissionare un’opera che promuovesse il brand di Elica, ispirandosi all’idea dell’aria. «Da questo esperimento – ha raccontato Deborah Carè – è nata una collaborazione con molti artisti, in particolare con Sissi, i cui lavori hanno dimostrato come è possibile trasformare la cultura in fatturato. L’arte funziona come un’antenna pronta a captare i segnali di innovazione e rappresenta un forte stimolo a trovare nuove soluzioni per questioni cruciali che interessano l’ambito aziendale. E oggi i cinesi ci chiedono delle partnership perché hanno bisogno di queste contaminazioni».

Ultimo spunto è quello dello spirito di iniziativa e l’esempio arriva dal Fondo ambiente italiano. Andrea Carandini, da poco più di un mese alla presidenza del colosso simbolo dell’industria culturale creativa, non ne può più di piagnistei e burocrazie. Lui che ha lavorato per anni nel Mibac oggi ne parla come di un’esperienza traumatica. Dopo la pubblica amministrazione si era rifugiato nella ricerca ma racconta di essere uno dei pochi accademici che dopo aver lavorato tanti anni all’università, una volta andato in pensione, non ha voluto più mettere piede in un ateneo, per come hanno ridotto questa nobile istituzione. «Il Fai –spiega Carandini – è un autentico esempio di come si possono fare bene le cose con un po’ di organizzazione, aggregando le persone e proponendo qualcosa che sta a cuore a tutti. Abbiamo dei beni, li restauriamo, li presentiamo, li tuteliamo, formiamo e vigiliamo. E con questo esercizio abbiamo catalizzato l’attenzione di molte persone, lo dimostrano i tantissimi volontari che nella Giornata di Primavera, in programma domenica prossima, faranno da guida a tutte le persone che vorranno visitare le migliaia di luoghi che apriremo con enormi agevolazioni in tutta Italia».

Se a volte i fatti sono più utili delle parole venerdì scorso si sono collezionati esempi a sufficienza per fare da musa al nuovo nascituro governo. Dice Carandini: «La cultura è bella ma costruire case rende di più. Oggi non si costruisce più e fino a che non saremo alla disperazione più assoluta non capiremo. L’unico modo per salvare la cultura – chiosa – è quello di attingere dalla storia e creare nel presente».

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