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Cinema, la politica e l’ecologia

Nel 2012 il romanzo Il trono vuoto, edito da Bompiani, aveva fatto vincere al suo autore Roberto Andò il premio Campiello come opera prima. Poi il libro è diventato il film Viva la libertà (sotto il trailer), diretto dallo stesso Andò e interpretato da Toni Servillo che qui si sdoppia per interpretare il ruolo di due gemelli: un politico in crisi e suo fratello, filosofo sui generis, che prende il suo posto nel pieno della campagna elettorale. Buona parte della riuscita della pellicola deriva proprio dalla notevole scrittura che vi sottende, nel buon gioco di rimandi tra uno stile accattivamente paradossale e reale insieme, nel rincorrersi delle citazioni colte ma non pedanti e nella giusta dose di intelligente ironia che si cela non solo dietro ai personaggi ma dietro all’intera vicenda che ha alla base un topos affascinante della letteratura come lo è lo scambio di personaggi. «Il film – dichiara il regista sempre molto impegnato a teatro – corrisponde al desiderio che avevo di portare sulla scena qualcosa che mancava: una storia con un protagonista che ha in sé un grande senso di libertà e speranza. Per interpretarlo ho pensato subito a Servillo e al suo volto che possiede qualcosa di concreto e al tempo stesso ipotetico: un personaggio del pensiero. Mi piace sintetizzare – prosegue Andò – il senso del film attraverso le parole dello scrittore Albert Camus il quale ha detto che quando la speranza non c’è bisogna inventarla». La pellicola, che ha molti rimandi all’attualità politica e sociale ma secondo le intenzioni del regista e dello sceneggiatore Angelo Pasquini, pur mettendo in scena l’anima della sinistra non vuole essere un film politico o di denuncia, si fa portavoce di un messaggio più alto, sintetizzato dalla frase pronunciata dal segretario-filosofo: «L’unica alleanza possibile è quella con la coscienza della gente». «Il personaggio – ammette Servillo – non ha riferimenti con la realtà anche se questo film può suggerire a qualcuno che se si ha la sensazione di essere superiori bisogna anche saperlo dimostrare». Al fianco di Servillo un buon cast, misurato ma efficace: Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon e Anna Bonaiuto.

La proiezione al festival di Berlino di Promised land, il nuovo film di Gus Van Sant in concorso nella capitale tedesca per l’Orso d’oro, ha anticipato solo di qualche giorno l’uscita nelle sale italiane della pellicola, accolta malamente in patria per lo spirito ecologista che la sottende. Il regista statunitense, autore di film cult come Elephant e Milk, dirige Matt Damon, 15 anni dopo averlo fatto conoscere al grande pubblico con Will hunting genio ribelle, nei panni di un rampante dipendente di una compagnia del settore energetico che arriva in una cittadina agricola, insieme alla collega Frances McDormand, per convincere gli abitanti a vendere il loro terreno. L’impresa non si rivelerà così facile come l’appetitosa proposta di molto denaro aveva inizialmente fatto pensare al protagonista che si ritrova così a dover far i conti con il suo passato e, soprattutto, con la poca coscienza di una multinazionale senza scrupoli capace di mettere impietosamente sotto scacco anche i suoi indefessi portavoce. Promised land doveva inizialmente portare la firma dello stesso Matt Damon per il suo debutto dietro la macchina da presa ma, alla fine, all’attore è rimasto il ruolo di cosceneggiatore accanto a Jon Krasinski. Partendo da una storia redatta dell’osannato scrittore Dave Eggers, è sua quell’Opera struggente di un formidabile genio che nel 2000 lo fece conoscere in tutto il mondo, il film risente sicuramente dello stile personale e illuminato di Gus Van Sant, così godibile nell’emozionalità non sfacciata che sottende ad alcuni passaggi, che però non sembra qui potersi esprimere al meglio a discapito di una narrazione più classica, soprattutto nella parte finale che vede un rigido e affrettato ribaltamento di ruoli nel buono che diventa cattivo e viceversa. «Leggendo la sceneggiatura – dichiara il regista – ho sentito che Matt e John erano riusciti a produrre qualcosa di molto valido. È stato facile per me dire di sì». «Non è un film ecologico ma piuttosto un lavoro sull’identità americana», si è affrettato a dire Damon al festival di Berlino. «Non è certo stata l’accoglienza che ci aspettavamo – continua a proposito dei malumori registrati negli Usa – ma sono cose che capitano. A volte poi le persone scoprono e vanno a vedere i film solo dopo». E a proposito della metamorfosi del suo personaggio, ben recitato come tutti gli altri, aggiunge: «Un venditore ha sempre un lato cattivo e uno buono, il personaggio di Steve è una perfetta combinazione di eroe e antieroe».

Nelle sale anche Noi siamo infinito, con la regia di Stephen Chbosky dall’adattamento del suo romanzo Ragazzo da parete, che avvalendosi di una ricca colonna sonora racconta di Charlie, un adolescente sveglio ma allo stesso tempo timido e insicuro, che un giorno stringe amicizia con due carismatici ragazzi dell’ultimo anno, la spigliata Sam (Emma Watson) e il suo fratellastro Patrick. Nuove amicizie, nuove esperienze e il primo amore non tarderanno ad arrivare. Torna l’energico Bruce Willis con la nuova puntata di Die Hard, un buon giorno per morire e porta il suo dinamismo nella terra dell’ex armata rossa: il detective della polizia McClane arriva a Mosca per rintracciare il figlio e finisce per ritrovarsi a Chernobyl. Per i più piccini è nelle sale già dal 7 febbraio Zambezia, film d’animazione diretto da Wayne Thornley. Famosa per essere la città più sicura in tutta l’Africa, Zambezia è diventata l’area protetta della valle del fiume dove uccelli d’ogni piuma vivono insieme in armonia e in pace. Un giorno, però, il giovane Kai lascia il paese, contravvenendo alla volontà del padre, per unirsi a un gruppo di rivoluzionari.

 

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