L’addio di Benedetto XVI

La notizia che papa Benedetto XVI lascerà il pontificato dopo circa otto anni, ha lasciato il mondo intero con un senso di stupore, se non di sconcerto. Non solo per il fatto inusuale di una scelta simile, compiuta da un papa una sola volta nella storia, ma soprattutto perché Benedetto XVI ha manifestato apertamente un aspetto che difficilmente, quando si incarnano cariche così alte, si ammette serenamente. Nel suo discorso delle dimissioni, Benedetto XVI ha infatti affermato che «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo – aggiunge – ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di vescovo di Roma, successore di San Pietro».

Un gesto pienamente umano, quindi, col quale riconosce il proprio limite, dovuto all’età, e lascia a un suo successore il compito di condurre la barca di Pietro nelle acque della contemporaneità. Probabilmente, la chiesa lo ricorderà come il papa teologo. Figura di primo piano al tempo del Concilio vaticano II, con le sue posizioni aperte e coraggiose, una volta divenuto papa nel 2005 cerca di porre argini a quelle che considera alcune derive della post-modernità, soprattutto per gli aspetti etici e morali. In campo artistico, sarà probabilmente ricordato da un lato per la promulgazione del motu proprio summorum pontificum che in pratica permette di potere celebrare secondo la tradizione antica della Chiesa, con ricadute decisive dal punto di vista liturgico nella costruzione delle nuove chiese e negli adeguamenti delle chiese antiche ma soprattutto per il discorso agli artisti, avvenuto il 21 novembre 2009 nella cappella Sistina.

Benedetto XVI sostiene qui l’importanza della via pulchritudinis, la via della bellezza che costituisce un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica. Si tratta di quella via che ci conduce a cogliere il tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità, al cui cuore c’è la stessa presenza di Dio, per cui la bellezza diventa come il segno della sua incarnazione nel mondo. Si tratta di quella bellezza che «consiste nel comunicare all’uomo una salutare scossa – come dice lui stesso – che lo fa uscire da se, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo risveglia aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto». Verso l’alto. In un mondo dell’arte in cui troppe volte regna il caos e il non senso, ci auguriamo che queste parole possano sempre più diventare decisive nel mondo dell’arte. E questo anche nell’arte sacra.