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I nuovi mecenati /1

Solide, efficienti, disponibili. Ma soprattutto talmente generose da far gola a molti centri di interesse, anche politici. Sono le fondazioni bancarie, finite nell’occhio del ciclone negli ultimi giorni per via dello scandalo Monte Paschi ma, da anni, divenute uno dei principali motori della promozione e tutela del patrimonio artistico e culturale italiano. Era il 68 a. C quando nasceva ad Arezzo Gaio Clinio Mecenate, il filantropo che nella sua vita amò circondarsi di poeti e letterati a cui finanziare le opere e organizzare le antologie. A lui è ispirata la tradizione del mecenatismo che oggi trova proprio nelle fondazioni bancarie i principali interpreti. Basta snocciolare un po’ di cifre per rendersene conto: nel 2011 è stato complessivamente di 335,4 milioni di euro l’ammontare delle erogazioni delle fondazioni in favore di arte e cultura e 9.179 sono stati gli interventi su tutto il territorio nazionale. E non è nulla rispetto all’anno precedente, il 2010, in cui si è registrato il 18,8% in più degli importi e il 4,7% in più nel numero di iniziative. Sono i dati dell’Acri, l’organizzazione che rappresenta le casse di risparmio spa e le fondazioni di origine bancaria. Con i soldi delle fondazioni sono state fatte cose importanti. Basti pensare al restauro del castello di Moncalieri, per cui la Compagnia di San Paolo ha erogato un milione di euro, o al contributo di 3.217.000 euro destinato al Teatro alla Scala di Milano da parte della fondazione Cassa di risparmio delle province lombarde. O ancora alle esposizioni Il ritratto in Europa da Raffaello a Rembrandt a Van Gogh e Il paesaggio da Tiziano a Monet che, fino al 2014, si terranno nella basilica Palladina a Vicenza e nel palazzo della Gran guardia a Verona, grazie alla fondazione Cassa di risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, che ha stanziato quasi 5 milioni di euro.

In Italia la storia normativa delle fondazioni bancarie non è stata priva di ostacoli e contrapposizioni. Proliferate negli anni Novanta come veicolo per dismettere il pacchetto azionario delle banche dallo stato ai privati, in osservanza delle direttive comunitarie, sono state destinatarie di una vasta produzione legislativa diretta a regolarne la natura giuridica. Enti di diritto pubblico o privato? Per semplificare: soggetti economici sottoposti alle esigenze di bilancio dello stato o enti autonomi e no profit, liberi di gestire autonomamente le proprie risorse? Questo il dilemma intorno al quale si è aggrovigliata la giurisprudenza. «Il nodo è stato sciolto da una sentenza del 2003 della Corte costituzionale – spiega a Inside Art l’avvocato Valentina Augello, esperta in diritto bancario – la quale ha stabilito che, nell’ambito della “governance” delle fondazioni, la prevalenza deve essere assegnata a una qualificata rappresentanza di enti pubblici e privati, espressivi della territorialità locale. È decaduta, pertanto, la predominanza dei soggetti pubblici negli organici delle fondazioni e dopo un lungo travaglio si è tornati alla legge Ciampi, che riconosceva le fondazioni come enti privati di diritto civile, che perseguono finalità di interesse pubblico». E cosa c’è di più interessante per la sfera pubblica se non la tutela del patrimonio artistico? Dando una sbirciata, infatti, agli statuti delle principali fondazioni bancarie balza subito all’occhio un comune denominatore: la “mission” per tutte loro è sempre quella di sostenere lo sviluppo culturale e civile dei territori. E il principale strumento attraverso il quale ottemperano a questo nobile compito statutario è proprio quello di sostenere la produzione artistica, culturale e intellettuale dei popoli. Per farlo possono disporre di ingenti capitali che derivano, originariamente, dalla dismissione delle azioni bancarie e sono spesso arricchiti dall’ingresso di nuovi soci o dalla messa in opera di progetti da cui scaturiscono importanti indotti economici.

Tutta questa disponibilità economica è gestita in qualità di soggetti che si collocano, sostanzialmente, tra il pubblico e il privato. Per cui non ci sono vincoli di trasparenza e di bilancio. E questo le rende molto più concorrenziali rispetto agli enti pubblici, spesso incartati nella loro coltre burocratica e dotati di scarsa liquidità. Ecco perché i nuovi mecenati pensano in grande. Come la fondazione Cariplo, che ha realizzato un proprio museo in cui espone la sua collezione d’arte, con 767 dipinti, 116 sculture, 51 oggetti e arredi di epoca compresa tra il primo secolo d. C. e la seconda metà del Novecento. E talvolta si tolgono anche la soddisfazione di rendere un utile servigio ai loro partner pubblici, per partecipare alla realizzazione di importanti opere architettoniche. Come quando, nel 2011, la fondazione del Monte di Bologna e Ravenna ha impegnato 500mila euro per il consolidamento del complesso monastico ex convento della SS. Annunziata a Bologna, da destinare alla sede degli uffici del ministero dei Beni e delle attività culturali.

Questa intera realtà, però, nasconde anche un’altra faccia della medaglia, suggerita proprio dagli ultimi scandali che hanno fatto luce sulla gestione, a volte poco chiara, dei capitali delle fondazioni. L’ingresso negli organici statutari di soggetti pubblici espressione delle territorialità (enti locali, rappresentanti delle istituzioni e della politica) o di soggetti privati “longa manus” di potenti gruppi di interesse, possono contaminare l’integrità degli intenti filantropici e anche il valore artistico delle iniziative e dei progetti, per favorire clientele di ogni sorta. Ma quanto è realmente diffuso questo problema? Come evitare che le fondazioni bancarie possano rischiare di trasformarsi in carrozzoni al traino di compromettenti abitudini? Come preservare la loro propensione allo sviluppo culturale? Qual è il parere dei critici d’arte in proposito? Il nostro viaggio continua, alla ricerca delle risposte a questi interrogativi.

 

 

 

 

 

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