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Arte in memoria della Shoah

Il giorno della memoria, che dal 2000 coincide simbolicamente con il 27 gennaio, data in cui furono abbattuti nel 1945 i cancelli di Auschwitz, vuole ricordare la Shoah, l’Olocausto e le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei e gli italiani che hanno subìto la deportazione. Tutto questo si compie con la convinzione che un progetto sulla memoria non debba attestarsi a un livello meramente simbolico e commemorativo ma trovare una continuità nel tempo, per chiedersi costantemente quale sia il reale dovere della memoria.

Un dovere a cui non si tira indietro nemmeno l’arte visiva che diviene strumento di documentazione, mentre gli artisti, attraverso le loro opere, assumono una posizione di denuncia. Tra le manifestazioni più interessanti che si registrano ogni anno in occasione del giorno della memoria, va sottolineata la biennale Arte in memoria, alla settima edizione. Adachiara Zevi, ideatrice e curatrice della mostra inaugurata lo scorso 20 gennaio, da dieci anni svolge un ruolo attivo nella realizzazione e promozione di eventi legati al giorno della memoria e alla shoah, come le Stolpersteine dell’artista tedesco Günter Demnig, pietre d’inciampo in memoria di deportati razziali e politici nei marciapiedi di fronte alle loro abitazioni.

Anche quest’anno, come per le edizioni precedenti, gli artisti invitati ad Arte in memoria hanno realizzato opere site specific per la Sinagoga di Ostia antica, la più antica Sinagoga d’Occidente risalente al I secolo dopo Cristo, i cui resti vennero rinvenuti nel 1961. Gli artisti si sono quindi cimentati nella realizzazione di installazioni atte a interagire con un luogo significativo dal punto di vista storico, artistico e simbolico. È altrettanto interessante rilevare come gli artisti scelti siano di nazionalità diverse, e questo ha permesso la concretizzazione di un dialogo tra tradizioni e culture eterogenee, accomunate però dal medesimo senso tragico che rivela la memoria come unico atto di denuncia e di conservazione. Il luogo di culto diviene così luogo di cultura, dove si respirano varie epoche storiche radicate nell’attualità.

L’italiana Alice Cattaneo presenta due istallazioni minimaliste, dalle forme geometriche essenziali che ridisegnano e ridefiniscono lo spazio. Una consiste in una serie di rettangoli di ferro di diverse dimensioni posti a terra, nell’area del vestibolo della sinagoga, capaci di creare una superficie leggermente sospesa rispetto al pavimento originale, trasmettendo così l’idea di un passaggio introspettivo. Una sottile striscia di ferro dipinta di bianco avvolge invece una delle quattro colonne che ha colpito l’artista per la sua peculiarità di essere addossata a una trave dell’edicola. Si manifesta dunque una connessione inattesa tra spazio e tempo, dando rilievo ad alcuni elementi architettonici che raccontano la storia della sinagoga. Sigalit Landau, che tutti ricordano per il suo splendido padiglione israeliano presentato all’ultima biennale di Venezia, partecipa con l’installazione scultorea Holes roles pillars and poles, che consiste in una grande stele di marmo bianco di Carrara e 11 cilindri ricavati dallo stesso blocco marmoreo, adagiati per terra. Qui i pieni e i vuoti sono, come spiega l’artista stessa, segni di autoconsunzione, un sacrificio che ha consentito il viaggio della forma.

Anche l’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa ha usato il marmo di Carrara per la sua Porta di Davide. La grande scultura si sviluppa in tre colonne triangolari di marmo bianco disposte a triangolo che sorreggono una trave triangolare, dello stesso materiale, atte a formare una stella di Davide. Infine l’americano Michael Rakowitz ha voluto rendere omaggio con il suo lavoro performativo alla madre e alle sue origini irachene. Per anni l’artista ha conservato oggetti liturgici danneggiati (frammenti di Torah irachene, libri di preghiere e bicchieri per la santificazione del venerdì) in una sua personale custodia e salvaguardia della memoria. La religione ebraica vuole che gli oggetti sacri lesi abbiano una degna sepoltura. Così Rakowitz ha deciso di sotterrare questi oggetti, il suo personale archivio di ricordi e memorie, nella Sinagoga di Ostia antica. La manifestazione ha il merito di raccontare  la memoria, che diventa in questo luogo una stratificazione di esperienze diverse, in cui l’archeologia e l’arte contemporanea vengono messe l’una al servizio dell’altra. Oltre ai quattro artisti in mostra si possono vedere alcune delle opere delle edizioni precedenti, esposte permanentemente, di Sol Le Witt, Gal Weinstein (edizione del 2002), Pedro Cabrita Reis (edizione 2005) e Liliana Moro (edizione 2011)

fino al 13 aprile

Sinagoga di Ostia antica, viale dei Romagnoli 717, Roma

info: www.arteinmemoria.com/arteinmemoria

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