La migliore offerta

Un film d’autore per tutti. Così aveva promesso il regista alla vigilia e così è stato per La migliore offerta, ultimo nato a casa Tornatore, nelle sale nostrane dal primo del mese. Scordatevi il premio Oscar affatato dalla sua sicilianità, quello stucchevole e di maniera di Malèna e Baarìa, non quello fresco e profondo di Ultimo cinema Paradiso e L’uomo delle stelle. È nella cifra – e nel cast – internazionale che il regista di Bagheria dà il meglio di sé. Come in Una pura formalità, La leggenda del pianista sull’oceano e in questo caso, dove mettendo le mani avanti possiamo dire che se non la migliore, l’offerta di Giuseppe Tornatore è ai massimi livelli. Questa la storia. Ambientato tra Bolzano, Vienna, Trieste, Milano, Roma e la sua campagna, eccetto un finale con una riconoscibilissima Praga, il film racconta l’umana historia d’un battitore d’aste di grido, Virgil Oldman (Geoffrey Rush). Raffinato solitario ai margini della misantropia, Virgil è uno stimato professionista in là cogli anni, un occhiuto esperto capace di realizzare e capitalizzare il valore di un’opera, sia pure una crosta, in un battito di ciglia.

Oltre all’amore per l’arte, Virgil ha una passione-pulsione per le donne in carne e ossa, alle quali preferisce una copiosa galleria d’immagini raccolta malandrinamente con l’aiuto d’un fidato amico, Billy (Donald Sutherland), pittore di nessuna vaglia. È grazie al suo aiuto in occasione di battute taroccate che il nostro raccoglie il meglio della femminilità dipinta su tela nel gran caveau della sua splendida magione, dove passa il tempo a rimirarsela, sorseggiando un buon bicchiere in beata solitudine. Date tali premesse, non poteva non scoccare la scintilla nell’incontro-scontro dell’algido battitore con la giovane erede d’un patrimonio antiquario, le cui stranezze disturbano quanto affascinano il maturo esperto che deve valutarlo e metterlo all’asta. Basterà poco alla bella Claire (Sylvia Hoeks), una volta entrata nel mondo dorato di Virgil, per ammaliarlo con le sue stramberìe ben oltre la schizofrenia e a cambiargli la vita una volta per tutte. Facendogli toccare con mano l’amore vero, a scambio e perdita di quello sublimato, grazie anche al giovane Robert (Jim Sturgess). Arguto esperto di questioni femminili e magico riparatore d’ogni congegno, tra cui il primo uomo meccanico, rinvenuto negli scantinati della villa e affidato alle sue capaci mani per la rinascita e la rivendita.

Ora, il magico mondo delle aste e delle arti è poco più d’un canovaccio, d’una cornice ben raffigurata dove s’agitano ben altri sentimenti: la vita stessa coi suoi sotterfugi e le sue complessità, e Tornatore si dimostra ancora una volta gran maestro nel dominare le scene e gli intrecci, pure in un contesto chiaramente pensato dalla Warner Bros Italia per un pubblico internazionale. E vivaddio, non sono molti i registi capaci di tanto, in questo paese, duetre nomi punto. Ecco, allora, che il film prende quota piano piano, avvincendo col suo ritmo e volando alto, forte della qualità degli attori, tutti ben calati nelle loro parti, ripigliando quota e sorprendendo quando sembra scontato l’andazzo, sempre evitando effettacci a sorpresa tanto cari di qua e di là dall’oceano. Pure l’uso del flashback, Dio o chi per lui gliene renda merito, è parco e strettamente funzionale al dipanarsi della storia. Fino al finale, decisamente a sorpresa e non monco pur essendo tronco. Insomma un film sull’amore, l’amicizia, le passioni, ma soprattutto sulla magia pirandelliana dello “scangio”, dell’essere questa nostra esistenza una lucida follia e una triste buffoneria, magistralmente dipanata dal suo conterraneo. Come avrebbe detto Quasimodo, altro siciliano doc: «Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera». E bravo.

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