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Il maestro del bianco riparte dal Marca e dalla sua Calabria

Quella di Angelo Savelli è stata una colpevole rimozione, un vero e proprio buco nero senza alcuna giustificazione, se non l’indifferenza di un sistema che rifiuta quegli artisti anomali, sovversivi e soprattutto allergici a qualsiasi regola di carattere commerciale. Non è un caso che già nel 1984 l’amico Piero Dorazio che, certo, non era tenero con i colleghi, parlasse di “un caso” Savelli e spiegasse l’indifferenza, se non addirittura l’ostilità dell’“establishment” motivandola con l’autonomia e la libertà assoluta della sua ricerca: “Egli ha continuato al di qua e al di là dell’Atlantico a fare la sua arte a modo suo, senza compromessi, senza protezioni, anzi rifiutandoli subito, non appena avesse coscienza dei vantaggi che avrebbe potuto conseguire per lui”. E ricorda come nel 1957, pochi mesi prima della sua personale, avesse rinunciato a un contratto con la mitica galleria di Leo Castelli che, di lì a poco, avrebbe lanciato la pop art di Warhol e di Lichtenstein, “in quanto non condivideva l’indirizzo estetico dello spazio.”

Sembra di rileggere le cronache di Mario Schifano che pochi anni dopo rifiutò di entrare nella scuderia di Ileana Sonnabend. Quella di Savelli, tuttavia, è una storia diversa che s’intreccia con l’astrattismo americano di Franz Kline, Barnett Newman e Robert Motherwell, così come con le vicende delle neoavanguardie. E a questo proposito, l’anno fatidico è il 1957 quando Savelli realizza “Fire dance”, un fondamentale dipinto di appena 34 x 42 centimetri (è esposto al Marca insieme ad altre 60 opere) che sancisce il definitivo passaggio al bianco, linea invalicabile senza ritorno. Da allora, sino alla sua scomparsa avvenuta nel 1995, il colore non comparirà più lasciando al bianco, inteso come forma ed energia, il dominio in una sfida che lo conduce verso l’assoluto.

“Prima il bianco era anche correlato agli altri colori e perciò colore esso stesso. Successivamente assolto dal rapporto cromatico, è diventato uno spazio legato all’idea dell’infinito, libero da relazioni. Il bianco non esiste”, ha affermato Savelli. Nel fatidico 1957 l’artista calabrese (era nato a Pizzo nel 1911) compie la propria rivoluzione silenziosa in un clima di straordinario cambiamento. Proprio quell’anno Yves Klein presenta alla galleria Apollinaire di Milano Proposte monocrome, epoca blu. Piero Manzoni realizza i suoi primi “achromes” e Salvatore Scarpitta le prime tele bendate. Due anni dopo toccherà a Enrico Castellani con le Superfici estroflesse. Il dibattito intorno al bianco, insomma, coinvolge la nuova definizione dello spazio pittorico in base alla strada aperta da Lucio Fontana.

È in quel contesto così ricco d’innovazione, dove si gettano le basi del minimalismo e dell’arte povera, che s’inserisce la personalità di Savelli in grado di trasformare il bianco in una fonte inesauribile di ricerca dove l’azione pittorica ritrova una “prassi di contemplazione”, come aveva scritto Giulio Carlo Argan nel 1961 presentando una serie di litografie bianco su bianco. Tre anni dopo Savelli ottiene il Gran premio per la grafica nella celebre Biennale veneziana (aveva già partecipato alla kermesse nel 1950 e 1952) che, nell’ambito della pittura, vede trionfare Robert Rauschenberg e la pop art. Non c’è dubbio, dunque, che Savelli sia stato un grande protagonista dell’arte italiana e internazionale tanto che nel 1983 è Robert Motherwell a conferirgli il prestigioso premio dell’American academy and institute of arts and letters.

Oggi, a 17 anni dalla sua ultima mostra pubblica in Italia organizzata dal museo Pecci di Prato nel 1995 e inaugurato pochi mesi dopo la sua morte (quell’anno tornava alla Biennale di Venezia con una sala personale a distanza di 31 anni dalla sua ultima partecipazione) è il Marca a dedicargli, con il sostegno della provincia di Catanzaro e della regione Calabria, la più ampia retrospettiva sino ad ora realizzata. Sono esposti alcuni dei suoi lavori più significativi partendo dagli esordi figurativi degli anni Trenta per giungere sino all’ultima opera del 1994 intitolata emblematicamente “Where am I going”. Un percorso esauriente reso possibile da una serie di prestiti straordinari che hanno coinvolto, oltre alla famiglia Savelli e ai tanti collezionsti privati, la fondazione Prada, il Mart di Rovereto, la collezione Vaf, il museo del Novecento di Milano, la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, il museo Taverna, il Centro Angelo Savelli di Lamezia Terme. La riscoperta di Savelli riparte dalla sua terra, la Calabria, che finalmente torna a confrontarsi con il grande maestro del bianco.

La mostra

Angelo Savelli, il maestro del bianco a cura di Alberto Fiz e Luigi Sansone
Dal 15 dicembre al 30 marzo 2013
Marca, via Alessandro Turco 63, Catanzaro
info: www.museomarca.info

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