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Reggio Calabria Film fest

Si è da poco conclusa la nuova edizione del Reggio Calabria Film fest , manifestazione ormai più che collaudata e testata sia da un punto di vista organizzativo che reclamistico. Ma questa volta accanto ad anteprime, workshop, ospiti di eccellenza quali per esempio Osvaldo Desideri (premio Oscar per la scenografia del film L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci) ha per la prima volta visto la luce una sezione competitiva sul documentario di creazione. I documentaristi Piergiorgio Scuteri, Novella Spanò e lo studioso del genere documentaristico Stefano Perrella hanno selezionato nove opere di recentissima produzione e di autori di grandissima fama che potessero in una certa misura dare una visione panoramica di quello che è ancora considerato uno strumento filmico ai margini del dibattito cinematografico in netta opposizione a quello che è il prodotto fiction cine- televisivo.

I tre curatori e selezionatori del premio Vittorio De Seta hanno cercato in un certo modo (ma ancora non basta) di sdoganare e svincolare il documentario di creazione dal ghetto produttivo e soprattutto distributivo in cui sciaguratamente si trova. E ci sono riusciti, vagliando e soprattutto setacciando tra le figure autoriali più rilevanti dello scenario italiano del documentario: Gianfranco Pannone (Scorie in libertà), Agostino Ferrente (Le cose belle), Costanza Quatriglio (Terramatta), Mariangela Barbanente (Ferrhotel), Andrea D’ambrosio (Di mestiere faccio il paesologo) Paolo Pisanelli (Ju Terremuatu), Daniele Vicari (La nave dolce ) solo per citarne alcuni. «Quello del documentario di creazione – ci spiega Stefano Perrella, uno dei curatori del premio Vittorio De Seta – è un prodotto poco compreso, e lo capisco, perché so che quando si parla di documentario molte persone pensano esclusivamente a prodotti naturalistici, scientifici o reportage televisivi nella maggior parte d’inchiesta. Anche. quelli sono documentari, anzi per tantissimo tempo sono stati solo quelli i documentari di cui moltissimi di noi avevano conoscenza. È curioso infatti, ma non appena si parlava di documentario non si poteva fare a meno che di ricondurlo al suo solo soggetto. Si diceva sempre che era un film su qualcosa e dunque sembrava che non ci fosse la storia. Come se quel prodotto filmico fosse irrimediabilmente dalla parte dell’informazione. Come se potesse essere solamente didattico. Come se la sua funzione eterna fosse quella di portare del sapere su tale o tal’ altra realtà. Come se insomma non potesse essere cinema. Invece, non è così. Il documentario di creazione è qualcosa che attiene molto di più da vicino alla vita di tutti noi. Ha carattere perlopiù sociologico o antropologico ma che mutua notevolmente le modalità del linguaggio cinematografico vero e proprio, in senso narrativo e poetico, applicando tali caratteristiche a una storia del reale. Nel documentario di creazione è come se l’autore si assumesse la responsabilità di uno sguardo personale sulla realtà che riprende. Uno stile proprio. E lo stile come diceva Marcel Proust non è mai un abbellimento e neppure una questione tecnica: è come il colore per i pittori, una qualità della visione, la rivelazione dell’universo particolare che ognuno di noi vede, e che gli altri non vedono. Un prodotto che sa raccontare l’oggi, il nostro modo di vivere, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando che va oltre la superficie, un vero e proprio serbatoio di sperimentazione e storie; cosa che la televisione e che lo stesso cinema di finzione, tranne alcune eccezioni, hanno difficoltà a fare».

Gli autori di documentari di creazione tralasciano l’idea di un’impossibile oggettività della realtà che era la prerogativa principale del documentario fine a se stesso. Panta rhei os potamòs, tutto scorre come un fiume recita il celebre aforisma attribuito ad Eraclito «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato. Quando l’autore riprende la realtà, questa stessa non sarà più identica nel momento in cui lui stesso o noi spettatori la andremo a rivedere, quando la andremo a proiettare per il semplice motivo che è trascorso del tempo e in più nel procedimento cinematografico sono avvenute anche delle operazioni strettamente tecniche come ad esempio il montaggio. Che in una maniera o in un’altra spostano, o meglio cambiano quella realtà cosi come ci appariva in quel dato momento davanti alla macchina da presa o telecamera che sia. Col pretesto che si mostrano delle persone vere e delle situazioni vere, molte persone confondono quello che vedono con la realtà. Ma dimenticano che la realtà esiste solo nella misura in cui la guardiamo, e che guardare il mondo vuol dire già ricostruirlo. Molti dimenticano infatti che quelle immagini, la loro durata, l’angolo sotto il quale sono state riprese, la maniera in cui si succedono, ne danno una lettura tra le altre possibili. Non che la ripresa non sia comunque un momento decisivo per il documentario. Di fatto è il momento decisivo ma non per garantire di per se la qualità del prodotto film ma l’autenticità dell’intenzione di rapportarsi con il reale. In altre parole non assicurano l’accesso al reale ma rendono conto di una volontà ad accedervi».

Progetti futuri su questo genere? «Attualmente sono immerso a tempo pieno in approfondite ma faticosissime ricerche per redigere il primo dizionario del documentario di creazione italiano dal dopo guerra fino ai nostri giorni, poi con Piergiorgio Scuteri e Novella Spanò stiamo vagliando l’idea di un documentario su un personaggio e la sua storia che noi riteniamo estremamente affascinante». E il premio De Seta poi chi l’ha vinto ? «È  andato al documentario Senza trucco, le donne del vino naturale di Giulia Graglia, un’opera completa e bellissima, a tal proposito voglio leggervi per intero la motivazione che ne abbiamo dato attraverso le parole di Vera Dragone, nipote di Vittorio De Seta e presidente di giuria: “Per il rigore della costruzione, per la passione nel rappresentare quattro vite capaci di accordarsi ai tempi e alle regole della natura, per la sapienza nell’evocare odori, sapori, colori che sono espressione di temperature emotive e alcoliche, per un mondo, quello del vino, svelato nella sua più robusta e sincera conformazione, per la capacità tecnica e stilistica di presentarci una realtà che, seppur mediata, sembra farsi da se”. E che per chi ne volesse sapere di più basta visitare l’indirizzo web del sito. In ogni caso, quello di Reggio Calabria Film fest con il premio Vittorio De Seta per il documentario di creazione è stato sicuramente, grazie a Piergiorgio Scuteri, Novella Spanò e Stefano Perrella un grande esperimento su uno strumento d’arte cinematografica che meriterebbe molta più attenzione. E Speriamo, a questo punto, che altre manifestazioni sul cinema soprattutto regionali finalmente se ne accorgano.

 

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