A venticinque anni dalla sua scomparsa, in occasione del centenario della nascita in certa misura dilatato (giacché nato negli ultimi giorni del 1911, fu registrato nei primi del 1912), nel Vittoriano, fra gli ultimi mesi del 2012 e i primi del 2013, una intensa e serrata antologica, la prima in assoluto proposta a Roma (uno dei compiti mancati della Gnam, fra i numerosi: per esempio Cagli), riapre un discorso sulla personalità complessa di Renato Guttuso. Di fatto una sintesi delle numerose iniziative espositive organizzate, in questo quarto di secolo, in Italia e all’estero per ricordarlo. Le grandi rassegne in Germania e a Londra, ma soprattutto il ciclo di tre grandi esposizioni proposto, fra 1987 e 2007, dal museo Guttuso di Bagheria, dedicato alla documentazione dell’intero suo percorso creativo (comparata con concomitanti situazioni di ricerca, non soltanto europee).
Una mostra che, nella prestigiosa sede storica in cui è proposta, nel cuore di Roma, a non molti passi dai suoi studi degli ultimi decenni, riconnette definitivamente Guttuso con la città dove è maggiormente vissuto, e che ha più amato. Giacché il suo rapporto con Roma è stato fin da principio molto intenso, approdatovi la prima volta nel 1931, partecipando ventenne alla prima Quadriennale romana. Soggetto di numerosi paesaggi urbani, dagli anni Trenta, e luogo di una intensa attività e straordinari rapporti e confronti. E, in un luogo di grande frequentazione quale il Vittoriano, la mostra (curata assieme a Fabio Carapezza Guttuso) risponde anche intimamente a quel carattere di volontà di dialogo con i propri contemporanei che, fin dai primi orientamenti di maturità giovanile (esponente, in tensione “realista”, di una fervida situazione “romana”), Guttuso ha ricercato quale sostanziale ragion d’essere, culturale e civile, del proprio fare pittorico: testimoniare il tempo vissuto nel suo accadere, intensamente parteciparne il racconto. Affermava: “il pittore vero s’immischia con la vita e le corre addosso con il suo mestiere (la sua vocazione) e coi suoi pensieri, dipingendo e vivendo nel medesimo atto” (Telemaco, Appunti sulla pittura, in Il Selvaggio, numeri 3-4, Roma 1941, pagina 3). E che dunque: “La pittura va presa di petto, come ogni cosa decisiva non si può girarle attorno con più o meno raffinate carezze. È necessario entrare nel cuore della pittura per intenderne le ragioni” (Sulla pittura, L’ora, Palermo, 1 maggio 1934). Già introducendo il primo dei quattro volumi del mio catalogo ragionato generale dei dipinti di Renato Guttuso (Mondadori, Milano, 1983), suggerivo come la più convincente chiave di una rilettura della sua opera pittorica fosse in un’interpretazione “storico-civile” del suo operare (anziché in un’interpretazione ideologica, o in chiave realistica oppure espressionista, o esistenziale, o vitalistica, o psicologica, oppure totalmente pittorica, come altrimenti proposto). Più rispondente cioè al senso complessivo del suo deliberato essere in un presente storico determinato, facendosene appunto appassionato interprete, esponente di una coscienza civile di quel presente, configurandone di volta in volta in mitopoietica immagine pittorica, di corrispondenza collettiva, i momenti, i temi, le tensioni, le lotte e le speranze. Non per negare, nel suo percorso creativo, traguardi di forte densità emotiva e vivida intensità propositiva, ma per rendersi conto che tutti i suoi più alti e memorabili esiti di creatività pittorica muovono da fondanti motivazioni di occasioni di partecipazione ideologico-emotiva a coinvolgenti eventi storico-sociali, direttamente o indirettamente, testimoniati.
Ma, a fronte di un assai solido patrimonio di conoscenze ormai acquisito, non v’è dubbio che una riconsiderazione della consistenza storica della creatività di Guttuso da un’ottica dell’oggi, cioè decisamente del “poi”, la si possa porre anche con tutta la libertà di un preminente sguardo consapevolmente successivo. Attraverso cioè quelle che a distanza possono apparire implicite anticipazioni, in quanto inattese aperture sul futuro. Che la mostra suggerisce numerose nella lunga vicenda della sua pittura


